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Tutte le foto e i video sono di Linda Galassi
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LO STUDIO DELL’IDEA JUCHE

Appunti per lo studio dell’Idea Juche: prima lezione. [1 di 2].
Vorrete scusare se le parti che seguono hanno un linguaggio e una sintassi non propriamente ortodosse, ma dovete capire che le lezioni in diretta erano per me tradotte dal coreano in spagnolo e da me ritradotte in simultanea in italiano mentre le scrivevo e quindi dato che ho dimenticato la stenografia e che lo spagnolo non è la mia lingua madre, vi chiedo di accontentarvi perché ho creduto lo stesso valesse la pena riportavi almeno parzialmente il pensiero di quella che considerano la più grande filosofa vivente di Juche, Mun Jong Suk.
In seguito, se ci sarà un’adeguata richiesta vedremo di organizzare un corso che entri più in profondità.

La scintilla dell’Idea Juche, "l’uomo è il padrone di tutto (da cui la parola composta ju-ché) e decide tutto", è scoccata nella mente del Presidente Eterno Kim Il Sung durante la guerra per la liberazione della sua patria contro la dominazione giapponese negli anni '30 del secolo breve e con la sua cultura politica, capacità umana di ascolto e intelligenza, Kim Il Sung è stato in grado di maturarla fino a costituire un completo impianto filosofico originale e completo in ogni sua sfumatura e implicazione, dandone poi contezza al mondo intero il 28 dicembre 1955 nel suo discorso "Eliminazione del dogmatismo e del formalismo e il costituirsi del Juche nel lavoro ideologico". Da questa scintilla Kim Il Sung fece nascere la fiaccola che illumina il Mondo con la sua Luce e che è il monumento al centro di Pyongyang e nel cuore di ogni coreano.
La genialità e l’acutezza filosofica di Kim il Sung può stare orgogliosamente al confronto con Marx, Engels, Lenin, Stalin, Mao ecc. e in genere con i più grandi pensatori socialisti, anzi, probabilmente li sovrasta tutti se il suo socialismo continua e si rinforza ancora dopo tre generazioni, mentre gli altri socialismi sono crollati alla morte dei loro fautori.
L’Idea del Juche è una filosofia centrata sull’uomo che spiega la sua posizione ed il suo ruolo nel mondo.

L’uomo è dunque ’padrone del mondo’ e ’della storia’, egli può modificare la natura e governare i processi storici.
La filosofia marxista pose i rapporti tra la materia e la coscienza, tra l’essere e il pensiero come problema essenziale della filosofia e dimostrò la preminenza della materia e dell’essere; pertanto essa accertò che il mondo è costituito di materia, si trasforma e si sviluppa grazie al movimento della materia. La filosofia del Juché, invece, pose come problema fondamentale della filosofia il rapporto tra il mondo e l’essere umano nonché la posizione e il ruolo che spettano all’uomo nel mondo; essa determinò il principio filosofico secondo cui l’uomo è padrone di tutto e decide di tutto, principio che le servì da base per chiarire la più giusta via per modellare il destino dell’uomo.
La filosofia del Juché, per la prima volta nella storia, chiarì in modo scientifico gli attributi essenziali dell’essere umano; quindi trovò in lui l’essere superiore e il più potente al mondo e propose un nuovo punto di vista sul mondo secondo cui l’uomo domina e trasforma il mondo.

L’INDIPENDENZA
Il centro di gravità, il nerbo portante, l’albero maestro, il pilastro che sostiene tutta l’impalcatura dell’Idea Juche è l’indipendenza.
Quando gli occidentali parlano dell’uomo o dell’umanità si riferiscono alla singola persona, al singolo uomo o alla singola donna, gli orientali al contrario quando si riferiscono all’uomo intendono l’intera umanità.
Pertanto l’indipendenza orientale è quella dell’intera umanità, anche quando si tratti dell'indipendenza di una singola persona o di un singolo popolo, l'indipendenza in oriente viene vissuta nella sua accezione più alta, come una conquista dell’umanità, con un affrancamento dalle difficoltà naturali o sociali.

L’Idea Juche non deve essere considerata un’evoluzione del marxismo, ma un’idea originale e completa.
Infatti la critica di Kim Il Sung a Marx è quella di aver calato l’uomo in un rapporto sociale imprescindibile, che storicamente spiega perfettamente l’evoluzione dell’umanità fin dagli albori, in tutte le sue fasi evolutive (il matriarcato, il patriarcato, le guerre tribali, lo schiavismo, la costituzione dei regni, delle democrazie, e via via fino ai giorni nostri con la grande influenza delle religioni dal patriarcato in poi e fino all’industrializzazione), ma di non averne mostrato altro che l’aspetto economico (mentre l’uomo esiste anche su altre dimensioni, come ad ad esempio su quella culturale), anche se Marx stesso arriverà ad affermare che gli scienziati potrebbero essere una classe sociale alla quale sia facilmente possibile affrancarsi dai gioghi del capitalismo.
In effetti la Storia naturale dell’uomo nell’"Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato" è sì una perfetta esegesi della storia dell’umanità, ma Kim Il Sung fa un passo ulteriore, pur condividendo appieno le analisi di Marx ed Engels, si chiede: "Perché l’uomo, ovvero l’umanità deve lasciarsi irretire da questi meccanismi, perché non deve ribellarsi all’oppressione del più forte, perché l’uomo, ovvero l’umanità, l’animale che si ritiene il più intelligente mai esistito in natura, non può trovare in se stesso la forza di uscire, di liberarsi da queste gabbie sociali?"

Già la recente Rivoluzione Francese, e poi le rivoluzioni di ispirazione marxista-leninista in Russia e maoiste in Cina avevano indicato una strada di liberazione dalle gabbie sociali delle società medioevali dei re e degli imperatori, ma il grande intellettuale redattore del "Il Capitale", nonostante lo sprone continuo del suo grande amico Engels, rimaneva scettico sul buon esito delle rivoluzioni tout-court (troppe ne aveva viste fallire miseramente nel corso della storia umana): ne aveva la certezza quando non era coinvolto il proletariato (come era successo con la recente Rivoluzione Francese che alla fine aveva favorito la borghesia) e quando non puntava al comunismo come era stato prima della Rivoluzione Bolscevica, ma soprattutto Marx pensava che quando le rivoluzioni non scoppiavano per gravi crisi economiche non aveva senso farle scoppiare forzatamente perché non avrebbero portato a nulla ed anzi arrivava ad affermare che non c’era alcun motivo di forzare la mano spingendo i popoli a fare la rivouzione perché questa sarebbe scoppiata automaticamente a causa delle sempre più frequenti e gravi crisi capitalistiche (pertanto è innegabile una sorta di tacito fatalismo soprattutto nel pensiero di Marx).
Rivoluzioni di successo nella storia dell’umanità ve n’erano state tante, dall’alimentazione vegetariana a quella onnivora, dalla caccia alla coltivazione e così via, ma sempre quando l’uomo era stato spinto a nuove conquiste o a nuovi affrancamenti.
Marx risponde esaurientemente a questo impianto e spiega esattamente a cosa deve mirare la rivoluzione sociale, inoltre le tre leggi di Engels ne stabilitsco in certo qual modo anche la ragione logico-filosofica.
Però con tutto ciò non si può non notare che per Marx, Engels e Lenin:
  1. L’uomo possa far leva solo sulla propria sofferenza (e non sul proprio orgoglio come propone Kim Il Sung, l’orgoglio di essere indipendente, ossia di contare sulle sole proprie forze. di esserne orgoglioso ed essendolo sapere di non dover nulla a nessuno se non alla propria forza, intelligenza e fantazia)
  2. Che ogni alleanza che porti allo scopo sia percorribile, come dimostreranno Lenin e Stalin (e non che ci si debba fidare solo delle proprie forze per evitare aiuti "pelosi" come li chiama Kim Il Sung, se ne comprende bene il significato e aggiungerei che se ne son visti gli esiti ad esempio in tutta l’America latina finché ha accettato aiuti dagli Yankee)
  3. Che dopo una breve transizione dalla società capitalistica si debba presto arrivare ad una società comunista, come voleva Marx e come nessuno è mai riuscito a realizzare sulla faccia della Terra (e non avere la lungimiranza di Kim Il Sung che avendo constato che il raggiungimento del comunismo in costituzione era fonte di continuo stress psicofisico da parte della popolazione per non esserci ancora arrivati, decide di toglierlo proprio dalla Costituzione. perché l’indipendenza è la prima aspirazione di ogni uomo, ma tutte le altre aspirazioni sono secondarie e quindi sacrificabili sull’altare dell’indipendenza se necessario, pur appunto di non perdere l’indipendenza).

L’indipendenza inoltre non ha soltanto un valore individuale (l’uomo diventa adulto solo quando si rende indipendente dalla famiglia d’origine) e anche il bambino cresce se riesce a staccarsi dal latte materno e si affranca nella società dei suoi coetanei, ma l’indipendenza ha anche un fortissimo valore sociale in primo luogo come indipendenza dall’occupazione straniera (e la Corea ne ha subite di occupazioni straniere dolorosissime per durata e crudeltà subite).
La sovranità è la caratteristica principale di uno Stato legittimo. Un Paese senza sovranità non non occupa neppure una posizione legittima nella comunità internazionale, non può elaborare proprie linee politiche ed istituzionali in totale indipendenza e con completa sovranità paritetica nelle relazioni con gli altri Paesi.
Inoltre lo spirito indipendente rappresenta la combattività, l’indomabilità e l’invincibilità della razza umana.
La ricerca dell’indipendenza di un popolo è il collante della sua omogeneità, della sua saggezza e della sua cultura, intelligenza, coraggio, patriottismo e risolutezza.
L’indipendenza di per sé è in grado di segnare il percorso storico univoco e unitario di un popolo e la costante tensione al successo vittorioso dei propri obiettivi, anche nel riconoscimento di altri popoli omogenei con gli stessi ideali e con i quali unirsi idealmente per il rafforzamento globale dell’idea di indipendenza dei popoli.
Infine l’indipendenza richiama la libertà della Rivoluzione Francese, in quanto ogni successo nell’ottenimento di una maggiore indipendenza libera gli uomini da vincoli che trattenevamo prima la propria libera autodeterminazione.
Allo stesso tempo l’indipendenza richiama anche l’egalité francese in quanto solo l’unione delle indipendenze di tutti gli uomini può giustificare la creazione di un Paese indipendente, dove appunto tutti gli uomini possa godere di indipendenze analoghe, ovvero dove regni l’uguaglianza.
La fraternità scaturisce dalla identità di intenti, dalla granitica coesione, come dice Kim Il Sung.

Le maggiori conquiste dell’uomo sono sempre state conquiste di indipendenza, ossia di affrancamento da troppo ristretti vincoli precedenti.
L’indipendenza dalla foresta, l’indipendenza dall’alimentazione vegetariana, l’indipendenza dalla coda e dal quadrumanismo, l’indipendenza dagli habitat naturali, l’indipendenza dalle religioni, l’indipendenza dalla gravità e così via.
Inoltre l’indipendenza come continua evoluzione, ossia continua ricerca di affrancamento dalle limitazioni imposte dalla natura (calamità, malattie ecc.), dalle società umane (tentativi di sopraffazione, di invasione e di sfruttamente da parte dei nemici della Corea o anche più semplicemente dall’imperialismo capitalistico) e l’affrancamento dall’istino di sopraffazione dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla donna sono motori perfetti per instaurare le tre leggi di Engels, che garantiscono una rivoluzione continua e non scadono in sclerotici burocratismi come avvenuto in altre rivoluzione che avendo avuto la tendenza a cristallizzarsi sono poi finite miseramente.

Anche la rivoluzione sociale del proletariato non ha prospettive di durata se non ha ben chiaro quale meccanismo debba instaurare dopo il proprio avvio e dopo aver preso il potere, ossia se non riesce ad instaurare un processo rivoluzionario continuativo.

Con l’anelito all’indipendenza Kim Il Sung fornisce una motivazione reale e percorribile a tutti i popoli per affrancarsi dal capitalismo e dall’imperialismo, una motivazione peraltro di segno di positivo, quindi che non scaturisce da una privazione materiale o da un abbruttimento morale e civile, ma dalla presa di coscienza di sé come essere umano, come animale all’apice della catena alimentare, in grado di piegare gli altri animali e spesso anche le forze naturali al suo volere, che non teme nessun tipo di minaccia, neppure quelle che momentaneamente sembrano più grosse di lui perché con la forza di volontà, la costanza dello sforzo, l’impulso caparbio, la fantasia e la scienza prima o poi non c’è nulla che gli possa resistere a lungo, si tratti di ostacoli naturali, di intoppi matematici, o di dominazioni straniere.

Ogni massa popolare oppressa od umiliata si può riappropriare del proprio destino attraverso l’analito naturale alla propria indipendenza: infatti i padroni della rivoluzione e della costruzione del socialismo sono le masse popolari, che ne sono quindi motore e forza.
Secondo il principio di indipendenza ognuno è padrone e artefice del proprio destino e ognuno gioca il decisivo ruolo di cambiare il mondo e trasformare il proprio destino.
Inoltre questo anelito all’indipendenza e all’autodeterminazione (un sinonimo in campo sociale) non ha le limitazioni del marxismo (che finora ha dimostrato la sua validità solo nel passaggio da società feudali a società socialiste: il passaggio al socialismo non si è mai verificato in una società industriale capitalistica) e non presenta alcuna ipotizzabile difficoltà di realizzazione neppure in una società industrialmente avanzata o post-industriale.

Certo vivere conformemente secondo l’attributo essenziale dell’uomo, l’indipendenza, senza padroni, richiede di opporsi ad avere padroni e ad ogni tentativo di sopraffarla. L’uomo per vivere con naturelezza la propria vita deve mettersi contro ogni tentativo che ostacola la sua indipendenza.
Questo può richiedere, soprattutto nelle classi meno acculturate delle campagne o delle montagne, lontane dai centri culturali più importanti, una sorta di educazione ad una propria se non altro maggiore indipendenza sia dall’habitat naturale che da eventuali tentativi umani di limitazione delle proprie libertà di scelta. Però certo il messaggio della propria indipendenza è più facile da comprendere rispetto a quello del sollevarsi dalla propria condizione di sudditanza perché connaturato alla natura umana.
La controprova della centralità dell’indipenza come valore naturale fondamentale dell’uomo la ritroviamo nel mondo industriale capitalistico che ha coniato e realizzato il termine di dipendenza per le classi lavoratrici subalterne.
Un termine che dà fastidio in quanto richiama altre più gravi dipendenze, dall’alcool, dalla droga, dal gioco... ma dal lavoro? perché chiamare dipendenti i lavoratori? È un termine che ho sempre considerato intollerabile, ancora prima di conoscere il primcipio dell’indipendenza dell’Idea Juche ed ora capisco meglio il perché.

Però l’indipendenza, al contrario della ribellione, è di per sé un processo rivoluzionario continuativo in quanto come abbiamo visto la continua ricerca dell’indipendenza non finisce mai, e riguarda ogni attività e stato umano, compresa la ricerca scientifica.
Mentre la ribellione termina in se stessa, l’indipendenza è invece un processo continuo e non solo, la ribellione è un processo totalizzante, nel senso che non ci si può ribellare un poco, mentre l’indipendenza può cominciare anche dalle piccole cose e ampliarsi anche nel corso di tutta la nostra vita.
Quindi è un vero processo rivoluzionario permanente. Se si mette al centro l’indipendenza non occorre chiedersi e dopo cosa faremo, come potrebbe succedere invece con la ribellione, in quanto i traguardi dell’indipendenza non sono mai definitivi e raggiunto un successo si è già sulla base di partenza per il successivo.

L’indipendenza assunta a valore assoluto dell’umanità comporta come conseguenza l’aspirazione all’amicizia e alla pace nei principi fondamentali di politica estera, dato che il valore dell’indipendenza viene riconosciuto a tutti, ad ogni uomo e ad ogni Paese nel mondo.
Pertando i paesi che accettano il principio universale dell’indipendenza garantiscono anche la cooperazione paritaria e ogni forma di relazione che possa garantire la pace e la sicurezza nel mondo.

Indipendente è la posizione di risolvere tutti i problemi secondo decisioni proprie e risolverle con le proprie forze e sotto la propria responsabilità.
Come chi ha la responsabilità di decidere, determinare e realizzare e farlo con le proprie capacità così deve fare il popolo.
Per mantenere le posizioni indipendenti vanno osservati quattro principi:
1.L’ideologia Juche è a capo della rivoluzione.
2.Il principio di indipendenza politica difende la liberazione nazionale e pratica le politiche che rafforzano il proprio popolo. Se si perde l’indipendenza è come essere morti come esseri sociali.
3.Il principio di costruzione di una economia che poggi la propria forza su ciò che serve al popolo e che si appoggi alle sue proprie forze. Se questo principio non viene applicato si è destinati a subire la dipendenza da altre economie e quindi ad essere succubi di dominazioni straniere. Non si deciderebbe più il proprio destino.
4.Il quarto principio è quello dell’autodifesa ossia della difesa del proprio Paese con le proprie forze, risolvendo tutti i problemi e l’iter relativo secondo le capacità del proprio popolo.
Per materializzare l’Idea Juche il metodo creatore è quello di risolvere ogni cosa con la spinta acceleratrice delle masse popolari. Significa che tutti i problemi si devono risolvere con le capacità delle proprie masse popolari senza altri interventi.
Mantenere le ideologie è la principale direttiva per risolvere i problemi delle masse popolari.
Per risolvere la trasformazione ideologica significa che il lavoro ideologico, favorendo la coscienza politica delle masse popolari, deve essere anteposto ad ogni altro lavoro. Le masse popolari sono le responsabili di dare la precedenza al lavoro politico.
Juche può seguire il cammino della vittoria grazie all’Idea Juche, per quanto sia difficile realizzarla. Se seguiamo l’Idea Juche possiamo contare sulla vittoria della rivoluzione.

Nella RPDC si comincia già dalle scuole elementari a formare la coscienza, l’educazione morale e comportamentale degli alunni.
L’educazione ideologica e di presa di coscienza è la pricipale formazione offerta ai bambini. Da ciò derivano gli obiettivi di individuare che cosa è importante e perché, quindi derivano l’amore per la Patria, il rispetto per il leader, confidare nel partito, apprezzare il proprio regime, la propria storia e le proprie tradizioni per conoscere il proprio passato ed avere una visione più chiara del proprio presente.

A sua volta l’indipendenza trova la sua giustificazione psicologica in tre qualità umane costitutive: la creatività, la coscienza e l’impegno, che equivale alla progettualità, alla capacità di capire le fasi di costruzione di un risultato.

LA CREATIVITÀ
La creatività è l’attributo umano essenziale che pone l’uomo in grado di essere creatore del proprio destino.
Per essere creatori del proprio destino gli uomini devono creare le condizioni necessarie e cambiare quelle sfavorevoli alla propria realizzazione.
Superare gli ostacoli che si frapponessero alla propria autodeterminazione o mutarli in risorse e trasformare la realtà contingente, come quando per proteggersi dal caldo torrido della savana imparò a scavare delle buche per terra per ripararsi dal caldo insopportabile (e poi ricordò questa esperienza quando nei suoi pelegrinaggi di caccia arrivò alle montagne e scopri che c’erano già delle buche adatte per lui scavate nella roccia: le grotte), sempre attraverso la propria capacità creativa, come quando abbandonando la foresta per la savana dovette imparare ad alzare la testa per vedere eventuali predatori in agguato passando gradualmente da quadrumane a bipede , sempre trasformando le negatività ambientali in risorse (la terra della savana è più facile da scavare di quella della foresta), ossia in situazioni utili alla propria sopravvivenza.

La creatività, in tutti i campi, artistico, scientifico, sportivo, amministrativo offre tutte le condizioni necessarie al lavoro occorrente per l'educazione da offrire alle masse popolari perché possano rinfrescare la loro coscienza: la coscienza dell'indipendenza del popolo gioca un ruolo decisivo nella lotta rivoluzionaria.

LA COSCIENZA
La coscienza è l’attributo che definisce la capacità di capire e trasformare il mondo. La coscienza è la fondamentale attività del cervello per ottenere, trasmettere e definire ciò che si vuole, ossia per avere un’idea esatta di quello che si vuole e conformemente all’impegno per l’indipendenza occorrente al processo di lavoro sul linguaggio, sull’educazione, sulle famiglie, sulle sucietà, un lavoro complesso che approfondisce la sua attività come attributo sociale per ottenerlo.
L’uomo deve tenere un punto di vista del mondo e allo stesso tempo vive nel mondo e trasforma la sua vita nel mondo.
Solo seguendo l’Idea Juche l’uomo può avere un’idea precisa del mondo in quanto il principio di indipendenza definisce come trattare l’uomo e come trattare il mondo, ovvero che è l’uomo il solo in grado di trasformare il mondo e non viceversa.
Il mondo è formato con l’uomo, la capacità terraformante dell’uomo non vale solo per i pianeti meno ospitali della galassia, ma a maggior ragione anche sulla terra dove siamo: solo se l’umanità si rende artefice della trasformazione della società e del mondo dimostrerà di essere in grado di dominarli.
Non si deve avere nessun timore per questa affermazione (però si tenga presente quanto il concetto abbia assunto un valore assolutamente negativo nel mondo occidentale e imperialista, ma negativa solo perché lì si sta canibalizzando il pianeta rendendolo meno vivibile all’uomo e non viceversa come vuole invece l’Idea Juche). Se l’uomo, ovvero l’umanità (così a noi occidentli è più comprensibile) controlla la natura e la società ponendoli al proprio servizio ogni uomo ne trarrà benefici. In effetti non è l’umanità che controlla le società nel mondo capitalistico, ma sono i capitalisti e questo è l’unico motivo per cui quelle società sono tanto ostiche, matrigne all’uomo.
A noi che viviamo in una società capitalista è difficile capire che non siano i soldi e quindi chi li detiene in maggior misura ad essere padrone del mondo, in quanto pensiamo che con i soldi si possa comprare tutto, ma non è così perché con i soldi non si può comprare la nostra indipendenza se non siamo noi stessi a svenderla.
Pertanto secondo l’Idea Juche è l’uomo il padrone del mondo e non i capitalisti.
Afferma pertanto l’Idea Juche che l’uomo è il padrone del mondo, ma che non tutto il mondo è per l’uomo. Ci sono zone nel mondo non adatte in natura ad ospitare l’uomo, inoltre ci sono calamità naturali che ostacolano la serenità della vita dell’uomo; analogamente non tutte le società sono accoglienti alla vita dell’uomo, come ad esempio succede nelle società che sviluppano differenze sociali.
Però l’uomo, passo passo, ha imparato a dominare il mondo e mai ha avuto tanta influenza sul mondo come ora, così pian piano il mondo servirà sempre di più all’uomo.
Oggi, ad esempio l’uomo non teme più gli animali, anzi ne protegge l’habitat, l’uomo solca i mari e i cieli senza grandi difficoltà, sa difendersi dalla maggior parte delle calamità naturali e sa prevedere il clima con giorni di anticipo.
Così allo stesso modo ha saputo passare dalle società schiaviste alle società socialiste, che sono al servizio dell’uomo e che sono dominate e controllate dall’uomo.
Pertanto l’uomo deve avere una coscienza ovvero una consapevolezza ben precisa di come deve trattare il mondo e le società.
In primo luogo adattarlo ai propri interessi, la naturelezza deve essere assecondata e protetta solo se serve all’umanità: questo è il punto di vista essenziale.
A chi è vissuto per molti anni in una società capitalistica questi concetti sono difficili da comprendere tanto che se nella frase precedente avessi sostituito al termine umanità quello di uomo, molti avrebbero frainteso e quindi allo scopo di una maggiore comprensione faccio un esempio di quello che si intende per "servire all’uomo" se l’uomo lo vorrà.
Nei tre anni di guerra contro gli Yankee, questi avevano bombardato ogni edificio della Corea Popolare Democratica, senza distinzione, fabbriche, abitazioni, ospedali, nessuna pietra era rimasta sull’altra, gli Yankee avevano provocato in tre anni una devastazione che non si era mai vista prima, neppure nella guerra trentennale contro il Giappone. Moltissimi coreani caddero sotto i bombardamenti. Pertanto si può ben comprendere che quando il nemico Yankee con i suoi lacché fu ricacciato oltre il trentottesimo parallelo c’era una gran necessità di ricostruire, le difficoltà erano tantissime e importanti e per farlo sarebbe occorso tantissimo acciaio.
Una fornace, che esisteva già al tempo della guerra contro i Giapponesi, era però rimasta ancora in piedi, ma Kim Il Sung diede ordine di farla esplodere perché era stato informato che il processo produttivo, che risaliva a tantissimi anni prima, era nocivo all’uomo, ossia in primo luogo alle persone che vi lavoravano e anche a chi abitava nelle vicinanze.
I Coreani hanno rinunciato al ferro che poteva essere lì prodotto in grandi quantità e che sarebbe stato tanto utile per la ricostruzione per il solo fatto che faceva male alla salute e hanno preferito rinviare la ricostruzione a quando fossero approntate nuove fornaci con processi di produzione che mettessero in primo piano la salute di chi ci avrebbe lavorato, piuttosto che procedere immediatamente ad una tanto urgente e gigantesca ricostruzione del Paese sulla salute anche solo di pochi uomini che ci avrebbero lavorato e di chi abitava in zona.
Questo è l’esempio più chiaro di cosa si voglia intendere quando si afferma che la natura va assecondata (e allo stesso modo le società) solo quando servono all’uomo.
Si comprenda bene che non si intende che per la salute di un singolo uomo si sacrifichino gli interessi di una intera comunità: le cose non stanno così (e in guerra questo i Coreani l’hanno ampliamente dimostrato), si intende piuttosto che il principio della salute è prioritario rispetto a quello della ricostruzione e quindi non importa se riguarda anche un solo uomo, va rispettato in quanto prioritario in sé e per sé, come direbbe Hegel.
L’interesse superiore fa coincidere quello della singola persona con quello della comunità. Ogni attività umana va posta al giudizio ovvero va giudicata fattibile solo se non danneggia la salute. Ogni attività deve essere giudica solo se convenga contemporaneamente alla salute del singolo uomo come delle masse popolari, ossia dell’umanità. È molto importante stabilire sempre se una attività è positiva per le masse popolari e contemporaneamente per le minoranze.
Di tutto ciò l’uomo deve prendere coscienza e di altro ancora, come ad esempio di quali siano le priorità.
L’uomo deve porre le attività principali al centro delle proprie attività.
Prima di pensare alle macchine e ai beni materiali dobbiamo pensare al cervello che trasforma le cose appoggiandosi alle forze delle proprie capacità.
Solo affidandosi alle forze delle capacità popolari si può trasformare il proprio destino senza chiedere supporto ad altri per realizzare l’indipendenza del proprio Paese.
Partendo dal punto di vista che la massa popolare è onnipotente e che quindi è la sola a poter realizzare la propria indipendenza.
Questo è il principale motivo della grande importanza da attribuire all’educazione per sviluppare la coscienza di sé e delle proprie capacità.
Capiamo a fondo questa priorità educativa solo ribadendoci che il padrone del mondo è l’uomo e l’uomo lo può trasformare.
Facciamo un esempio per capire meglio quello che sto spiegando.
Se non spieghiamo i principi storici del Juche, e chi è il soggetto della storia, e per quale motivo e con quale processo si spiega la storia non potremmo mai avere una coscienza esatta di noi e del mondo.

Storia Sociale.
Si deve capire che il problema delle relazioni sociali è il soggetto fondamentale della storia.
Le masse popolari ed i collettivi sociali che le rappresenano sono uniti nelle domande di indipendenza e creatività.
Per precisione si deve affermare che sono le stesse masse popolari ad affermare che devono essere le persone a materializzare l’indipendenza della nazione che amano, la nazione di cui sono membri appunto le masse popolari.
Non vi è nessun problema più importante delle relazioni sociali, non importa la richezza che si ha, non si tratta di questo, ma di che idea ha l’uomo.
La spiegazione della storia si può rilevare solo quando si tratti di una storia indipendente.
Nel capitalismo il popolo è indipendente solo quando non è governato a proprio danno.
L’indipendenza è quello che il popolo con un’alta coscienza indipendente può ottenere se si associa in una partito monolitico in grado di far valere una sua potente politica.
Inoltre si può avere una direzione certa solo quando il partito e il leader riescono a comunicare le proprie idee al popolo e il popolo le accetta scegliendo il Capo del Governo e dei dirigenti in grado di produrre le trasformazioni sociali e gli interventi necessari a realizzare la dominazione e la trasformazione del mondo da parte dell’uomo.
Il movimento sociale è il movimento dell’uomo che domina e trasforma il mondo, trasforma sia la natura che la società ponendo al centro l’uomo stesso.
La coscienza di indipendenza del popolo gioca un ruolo decisivo nella lotta rivoluzionaria per trasformare e alterare natura e società con la propria creatività in modo che possano offrire sempre maggiore benessere al genere umano, partendo dai compagni di lotta e abbracciando man mano tutti i popoli che fanno propria l’aspirazione all’indipendenza.

Natura - Società - Uomo.
L’uomo deve prendere coscienza che la più importante delle trasformazioni è la trasformazione dell’uomo.
Solo quando è trasformato l’uomo si può trasformare la società e la natura.
Un movimento sociale si realizza e si sviluppa solo quando realizza e difende l’indipendenza delle masse popolari.
Deve dirigersi e realizzarsi in sintonia con le masse popolari per la loro indipendenza.
La modificazioni all’habitat devono avvenire solo per le attività delle masse popolari.
Se le masse popolari si mobilitano nessuna trasformazione è possibile.
La forma ideologica delle masse popolari che hanno una sufficiente coscienza della propria indipendenza possono ottenere qualunque obiettivo per quanto possibile e arduo sia.
Materializzare l’indipendenza delle masse popolari mantiene alte le capacità direttive per lo sviluppo sociale.

Legittimità dello sviluppo sociale
Juche è l’idea di società che si sviluppa per tappe successive con la capacità creativa delle masse popolari come soggetti della storia, la stessa capacità che si eleva dalla sua indipendenza di coscienza.
In pratica non si devono guidare le masse popolari e illuminarle per realizzare il principio rivoluzionario Juche.
Fattore della vittoria della rivoluzione è la lotta organizzativa per realizzare le istanze popolari.
Il movimento che intende con tanta volontà psicologica lavorare per realizzare l’indipendenza, che la forza unita delle masse popolari può rappresentare, è padrone delle rivoluzioni. Dire che le masse popolari sono padrone delle rivoluzioni significa che le masse popolari sono i responsabili e poderosi artefici della rivoluzione, del suo impulso e della sua costruzione e il successo delle rivoluzioni sta nell’effetto che le masse possono fare unitamente al loro partito e al loro leader.
Il meccanismo rivoluzionario funziona secondo la metafora della ruota.
Il leader è il centro delle rivoluzioni perché il leader è il nucleo della rivoluzione.
Il leder è il mozzo della ruota, tutto gira intorno al leader se si vuole che la rivoluzione marci vittoriosa.
Il leader manifesta le idee rivoluzionarie, rappresenta le masse popolari e le dirige perché siano vittoriose.
Questo è decisivo per il successo della rivoluzione.
Il parito rappresenta i raggi della ruota perché deve collegare le masse al leader, riportare al leader le istanze delle masse popolare e farsi portavoce del leader presso le masse popolari. Uno ruota che non avesse raggi non avrebbe nessuna consistenza, il leader girerebbe intorno a se stesso e il cerchione (che rapppresenta le masse popolari) andrebbe a sbattere senza una guida.
Il partito raggruppa le masse popolari intorno al leader e le masse popolari materializzano il percorso diretto dal leader.
Il partito comunica alle masse popolari la linea politica in grado di realizzare le istanze delle masse poopolari medesime, di cui il leader è interprete.
Il leader concerta, attraverso il partito, le idee delle masse popolari con le masse popolari medesime.
Il partito, non solo trasmette al leader le idee delle masse popolari, ma mette in pratica le iniziative per realizzare la rivoluzione come le masse popolari chiedono
Il leader è il garante del successo con il partito e con le masse popolari.
Questo non succede nei paesi in cui le gesta, le iniziative e le realizzazioni di percorsi non sono a favore delle popolazioni.
Juche realizza esclusivamente quello che vogliono le masse popolari.
Le idee Juche sono il capo della rivoluzione.
Il partito e il leader non potrebbero esistere senza le masse popolari.
Il leader che non avesse un partito non potrebbe realizzare le istanze delle masse popolari e il partito non potrebbe proprio esistere senza le masse popolari.
Il partito conosce le istanze delle masse popolari e deve trovare le forme per realizzarle.
Il partito presta la massima attenzione alle masse popolari perché solo con la loro forza è possibile realizzare la rivoluzione.
Il leader si relaziona intimamente con le masse popolari perché si realizzi l’Idea Juche.
Solo se c’è unitatarietà monolitica del leader con le masse popolari si può vincere.
Il leader dipende dal Paese sapere quale tipo di socialismo realizzare.

Liberazione nazionale - liberazione classista - liberazione classista.
Secondo l’Idea Juche in tutto il mondo, a prescindere dal tipo di processo di storico, la liberazione dell’uomo si sviluppa attraverso i tre passaggi idicati nel titolo del paragrafo.
La liberazione dell’uomo è la lotta per realizzare la liberazione dagli stranieri imperialisti. Kim Il Sung realizzò la rivoluzione antifeudale e di liberazione nazionale.
La liberazione classista è uno dei passaggi fondamentali per arrivare alla liberazione dell’uomo.
Alla liberazione dell’uomo si deve avere l’indipendenza dell’uomo dalle schiavitù sociali.

L’IMPEGNO
Il massimo impegno progettuale è messo nell’ideologia.
Seguendo la formazione del sistema socialista Kim Il Sung definì le tre aree rivoluzionarie che il popolo coreano doveva perseguire nello spirito dell’indipendenza, quindi senza mai arrestarsi: la rivoluzione ideologica, quella tecnica e quella culturale


Appunti per lo studio dell’Idea Juche: seconda lezione. [2 di 2].
Lo juche nella nostra costruzione.
Kim Jong Il dice che l’Idea Juche è costi quel costi l’idea direttrice della rivoluzione coreana.
La storia della rivoluzione coreana e le idee della materializzazione delle Idee Juche sono incentrate sulle masse popolari antimperialiste.
Il nostro popolo difese all’estremo le idee Juche ed ora è in grado di accellerare sotto la bandiera socialista: occorre seguire e realizzare le Idee Juche in tutte i campi della Costituzione e del percorso rivoluzionario.
Ogni risultato ottenuto è dovuto allo Juche.
Innanzitutto bisogna mantenere la posizione indipendente nella rivoluzione e nella Costituzione.
Seguire il cammino dell’indipendenza è il cammino per costruire l’autodeterminazione e l’autodecisione delle proprie istanze.
Per mantenersi indipendenti seguendo lo Juche significa che le persone devono avere la coscienza di essere responsabili del proprio destino e risolvere con la propria intelligenza, con le proprie forze e con il proprio spirito.
La vittoria si può raggiungere solo quando si superano le difficoltà sempre con lo spirito proprio.
Tutti i problemi si risolvono a stile proprio, non con la forza di altri, ma esclusivamente con la propria forza: questo รจ punto principale dell'Idea Juche.

Occorre attenersi all’Idea Juche per mantenersi indipendente avendo coscienza che siamo noi a determinare il nostro destino.
L’attività nazionale e la vita del Paese assumono il popolo e il suo lavoro a divinità nazionale.
Tutto il popolo tiene in grande attenzione l’orgoglio di appartenere ad un popolo con un grande leader e con una ideologia tanto importante.
Il servilismo schiavista alle grandi nazioni non ci compete in quanto noi facciamo conto solo sulle nostre forze.
Fossero anche grandi potenze si rovinerebbe il Paese e il Partito del lavoro di Corea non sarebbe più indipendente: noi non accettiamo il dogmatismo straniero.
In questo processo il servilismo fu tolto dalla mente delle persone nel punto di vista ideologico del modo di pensare delle persone.
Noi pratichiamo la politica di indipendenza salvaguardando la sovranità nazionale di fare gli interessi del popolo e appoggiandosi soltanto alla forza del popolo, risolvendo i problemi contando esclusivamente sulla forza del proprio popolo.
Le esigenze delle masse popolari in primo luogo sono perseguiti dai nostri leaders.
Questa politica va seguita come una luce che porta alla vittoria.
Kim Il Sung in un primo momento era tanto severo da non fare alcuna eccezione: in nessun caso accettare l’aiuto esterno, ma solo facendo leva sulla potenza del proprio popolo.
Il grande dirigente Kim Jong Un disse: "tutto il lavoro del grande generale Kim Jong Il di continuare il cammino del socialismo di Kim Il Sung è una condizione non compatibile soltanto con il capitalismo".
La Corea prima era assoggettata alle grandi potenze vicine, ridotta a colonia dei Paesi vicini.
La Corea era al centro di interessi di potenti Paesi che occupavano il nostro suolo.
La Corea di oggi è differente. Il primo luogo oggi siamo un miracolo nel mondo rispetto a prima e abbiamo raggiunto questi risultati attraverso la sovranità e l’indipendenza e come potenza mondiale in grado di contrattare con i leaders dei maggiori Paesi del mondo.
Anche nell’economia si applica la stessa indipendenza che fa conto solo sul proprio popolo e con la forza del proprio Paese.
Indipendenza e creatività sono possibili solo con la indipendenza economica del Paese.
Solo con una economia indipendente una Nazione può essere indipendente.
Non è una cosa facile, ma senza fare così non saremmo potuti essere e non potremmo essere indipendenti.
Dal 1950 attuammo la nostra propria linea politica e la nostra costruzione economica di dare priorità a trasformare ogni forma agricola in un’industria leggera come passaggio necessario.
Ci dissero che non potevamo costruire macchine moderne, che dovevamo comprarle all’estero e così saremmo diventati dipendenti dall’estero.
A questo punto si decise dell’indipendenza e della subordinazione. Così abbiamo scelto l’indiendenza.
I revisionisti occidentali fracassarono il loro percorso al socialismo. Così fu in Russia come in Italia.
Abbiamo accelerato la nostra economia e l’industria tecnica di punta come nostro obiettivo principale.
Così possiamo prosperare senza l’aiuto dei Paesi stranieri.
Ora stiamo costruendo il destino delle masse popolari, la luce dello sviluppo popolare è quello che seguiamo per il progresso.
Gli imperialisti si rapportano con la forza con gli altri Paesi.
Se non si ha la forza di resistere per difendere la propria indipendenza non si può che subire le politiche di sfruttamento altri e se ciò avviene si può solo piangere, non c’è altro da fare.
Ora noi abbiamo la potenza sufficiente ad autodifenderci, anche militarmente, dalle maggiori forze del mondo.
Il nostro esercito può rispondere ad ogni rappresaglia straniera in cielo, in mare e per terra e abbiamo uno scudo che ci difende e che assicura la pace mondiale.
Abbiamo materializzato il metodo nella nostra rivoluzione e trasformato la società in questo spirito creatore della rivoluzione e abbiamo dato questo impulso alla storia.
Abbiamo superato mille difficoltà appoggiandoci alle nostre possibilità e il nostro popolo ha capacità illimitate di forze per far fronte a qualunque problema.
Non c’è altro sistema che appoggiarsi alle masse popolari per modificare il proprio destino. Anche nelle maggiori difficoltà.
La storia della rivoluzione coreana è la storia orgogliosa di avere ottenuto ogni vittoria appoggiandosi solo sulle proprie forze.
Gli imperialisti si sono armati fino ai denti contro di noi e noi abbiamo fatto altrettanto per garantire la pace e l’indipendenza: questo miracolo è stato capace di realizzare il nostro popolo avendo contro il Paese che ha posto termine alla seconda guerra mondiale con due bombe atomiche.
2000000 di militari sono stati messi in campo nella guerra contro la Corea. In questo confronto il nostro esercito ha vinto sulle forze imperialiste.
Inoltre abbiamo lottato contro la Corea del Sud aiutata da quindici Paesi capitalisti.
La Corea è il faro mondiale che non cambia il proprio socialismo. La situazione attuale si equivale ad una guerra mondiale ed anche ora otteniamo successi ogni volta che c’è un confronto economico.
Nonostante le difficoltà dell’embargo chiesto dagli yankee e dai loro vassalli. Kim Jong Un ha dichiarato che il cammino del popolo e che la grandezza del Partito rappresentano la grandezza del popolo. In questo modo facendo leva sulla forza del popolo proteggiamo il nostro destino da ogni manovra esterna.
Noi trasformiamo i nostri problemi secondo la nostra particolare situazione. La trasformazione creativa deve tener conto della realtà particolare, differente di ogni Paese, della psicologia, della tradizione, dei modi di vivere e di sviluppo economico.
Nessun percorso può essere uguale ad un altro. Non esiste una formula onnipotente.

In conclusione non esiste una formula imitabile salvo quella di applicare uno stesso metodo ugualmente efficace su immagini differenti.
In matematica è diverso.
Ogni Paese deve avere un proprio stile di passaggio al socialismo. Ogni scelta dipende da queste differenze.
Sempre però rispettando l’autodifesa e l’indipendenza secondo l’Idea Juche.
Noi raccontiamo il nostro percorso, ma non può andare bene in altre civiltà; tutte le teorie che presentiamo dipendono dalle nostre particolari situazioni; scienza, tecnica, potenza intellettuale e politica costituiscono i fattori delle nostre condizioni particolari.
Non esiste altra possibilità che comprendere qual’è il proprio stile per arrivare al socialismo.
La cocienza ideologica è il pensiero fondamentale per trasformare il destino del Paese di ogni popolo.
Se non si presta attenzione alla coscienza ideologica non si può trasformare il destino di una nazione.
Anteponiamo il lavoro di dare un’alta coscienza ideologica al nostro popolo.
Tutto quello che fa la potenza, anche la potenza acconomica, è fatto dagli uomini e quindi la più importante cosa da fare è trasformare il pensiero ideologico delle persone e armarle di coscienza ideologica indipendente.
L’educazione è fondamentale perché il popolo intenda la superiorità del socialismo.
La forza che governa il mondo non è denaro nè sulla bomba atomica, ma le idee delle persone e se questa idea è unitaria diventa la più grande foza mondiale.
Il nostro popolo si è confrontato con le crisi, in bilico tra vita e morte, anche quando esistere era già un miracolo in Corea, e il nostro popolo ha dimostrato di avere una forza che a costo della vita non volle rinunciare alla propria indipendenza.
Ogni persona si alzò in piedi con la propria volonà e cambiò il male in bene e fece delle proprie difficoltà la propria forza.
Contro gli imperialisti oppose la forza del socialismo.
Nel secolo scorso abbiamo anteposto il lavoro ideologico a quello di accettare aiuto esterno e finalmente ora non ne abbiamo più neppure bisogno di questo aiuto e abbiamo realizzato la piena indipendenza del popolo, economica, intellettuale, militare, politica, educativa e morale.
Trasformare il destino del nostro popolo dipende da come si educa e da come si mobilitano le persone.
Per esempio nella marcia del 1956 comincia la costruzione del fondamento socialista e avevamo molte difficoltà.
Kim Il Sung si incontrò con il popolo, si cofrontò ed esortò la classe operaia perché producesse al massimo possibile per avanzare più rapidamente.
La classe operaia si mobilizzò, infaticabile, e produsse 200000 tonnellate di acciaio con una struttura che poteva produrne solo 60000 tonnellate.
Oggi abbiamo intrapreso con questo esempio la marcia attuale.
Questo è lo spirito, il cavallo che può farci ottenere ogni vittoria sul futuro e sulle difficoltà.
Il reparto scientifico attuale è stato creato con questo spirito.
Kim Il Sung ci guida anche oggi. Creiamo miracoli grazie al fatto che il nostro popolo ha messo il cuore nel progresso, come auspicato da Kim Il Sung.
Il futuro sarà ancora più brillante e corre così veloce perché corre sulle idee di Kim Il Sung.
E’ un orgoglio da mostrare a tutto il mondo. Lo spirito coreano palpita con i cuori della nostra giovenù che si antepone ad ogni difficoltà: ogni difficoltà può essere superata.
La nostra esperienza dimostra concretamente che l’Idea Juche è scientifica, ossia dimostrata chiaramente e il mondo potrà continuare a sperimentarla attraverso tutti voi.

LA FILOSOFIA DEL JUCHÉ È UNA
FILOSOFIA RIVOLUZIONARIA ORIGINALE

Articolo pubblicato su Kulloja, rivista teorica del
Comitato Centrale del Partito del Lavoro di Corea


26 luglio 1996


Recentemente si è saputo che certi nostri sociologi hanno espresso delle vedute erronee, contrarie alle idee del nostro partito, nell’interpretazione della filosofia del Juché, vedute che si son fatte strada anche all’estero.
Essi avrebbero interpretato i princìpi fondamentali della filosofia del Juché alla luce della legge universale dello sviluppo del mondo materiale anziché cercar di chiarire a tal fine la legge propria del movimento sociale. Essi giustificano questa posizione dicendo di voler presentare la filosofia del Juché come un nuovo sviluppo del materialismo dialettico marxista. Ebbene, non abbiamo bisogno, per diffondere la filosofia del Juché, di persuadere chicchesia d’una tale idea. È certo vero che il nostro partito, lungi dal considerare il materialismo dialettico marxista in modo dogmatico, l’ha studiato ed analizzato dal punto di vista jucheano, potendo così dare un nuovo chiarimento su numerosi problemi. Ciò non toglie che lo sviluppo apportato al materialismo e alla dialettica non costituisce il contenuto essenziale della filosofia del Juché.
La filosofia del Juché è una dottrina originale sviluppata e sistematizzata coi suoi propri princìpi. Il suo grande merito nell’evoluzione della storia della filosofia è d’aver stabilito dei nuovi princìpi filosofici incentrati sull’essere umano, e non d’aver sviluppato il materialismo dialettico marxista.
La filosofia marxista pose i rapporti tra la materia e la coscienza, tra l’essere e il pensiero come problema essenziale della filosofia e dimostrò la preminenza della materia e dell’essere; pertanto essa accertò che il mondo è costituito di materia, si trasforma e si sviluppa grazie al movimento della materia. La filosofia del Juché, invece, pose come problema fondamentale della filosofia il rapporto tra il mondo e l’essere umano nonché la posizione e il ruolo che spettano all’uomo nel mondo; essa determinò il principio filosofico secondo cui l’uomo è padrone di tutto e decide di tutto, principio che le servì da base per chiarire la più giusta via per modellare il destino dell’uomo. Mentre la filosofia marxista si diede il compito principale di determinare l’essenza del mondo materiale e la legge generale del suo movimento, la filosofia del Juché si propone di accertare le caratteristiche essenziali dell’uomo e la legge del suo movimento, vale a dire del movimento sociale. Come si può constatare, la filosofia del Juché è una dottrina originale che differisce fondamentalmente della filosofia marxista per il suo compito e i suoi princìpi. Perciò è un errore considerarla come il prolungamento del materialismo dialettico, provare a dimostrare la sua originalità e la sua superiorità ingaggiando, in un modo o nell’altro, delle discussioni sull’essenza del mondo materiale e la legge universale del suo movimento accertate dalla filosofia marxista. La filosofia del Juché ha stabilito dei princìpi filosofici nuovi; perciò è escluso d’interpretarla nel quadro della filosofia precedente. Un tale atteggiamento potrebbe solo seminar confusione ed impedirebbe non soltanto di dimostrare la sua originalità, ma anche di comprendere esattamente la sostanza della filosofia del Juché.
La filosofia del Juché, per la prima volta nella storia, chiarì in modo scientifico gli attributi essenziali dell’essere umano; quindi trovò in lui l’essere superiore e il più potente al mondo e propose un nuovo punto di vista sul mondo secondo cui l’uomo domina e trasforma il mondo.
La filosofia del Juché con la sua nuova concezione del mondo non è una negazione della concezione materialistica e dialettica del mondo. Essa l’assume come premessa. La nuova nozione del mondo secondo cui l’uomo domina e trasforma il mondo è concepibile solo a partire dall’interpretazione materialistica e dialettica dell’essenza del mondo materiale oggettivo e della legge universale del suo movimento. Se, come fa l’idealismo, si considerasse il mondo come alcunché di misterioso, non si potrebbe concluderne che l’uomo ha la capacità di dominare il mondo; se, come vuole la metafisica, si concepisse il mondo come alcunché d’immutabile, non si potrebbe trarne la conclusione che l’uomo ha il potere di modificarlo. L’idea che l’uomo domini e trasformi il mondo è accettabile solo se si ammette l’interpretazione materialistica e dialettica secondo cui il mondo è formato di materia e non cessa di cambiare e di svilupparsi. Malgrado i limiti e le imperfezioni del materialismo e della dialettica marxista, i loro princìpi fondamentali appartengono alla scienza e alla verità. È la ragione per cui affermiamo che la filosofia del Juché ha come premessa la concezione materialistica e dialettica del mondo.
Che questa concezione del mondo sia la premessa della filosofia del Juché non vuol dire che questa filosofia rappresenti semplicemente il prolungamento e lo sviluppo del materialismo dialettico. Se è escluso di pensare di conoscere scientificamente il mondo e di poterlo trasformare senza una conoscenza materialistica e dialettica del mondo materiale oggettivo, bisogna nondimeno riconoscere che il principio materialistico secondo cui «il mondo è formato solo di materia» e il principio dialettico secondo cui «il mondo non cessa di cambiare e di svilupparsi» non portano da soli alla conclusione che l’uomo occupa la posizione di padrone nel mondo e gioca un ruolo decisivo nella trasformazione del mondo. La posizione e il ruolo eccezionale di padrone e di trasformatore del mondo assegnati all’uomo possono spiegarsi giudiziosamente solo se le caratteristiche essenziali dell’uomo, quelle che lo distinguono sostanzialmente dagli altri esseri materiali, vengono messe in luce. È la filosofia del Juché che ha infine determinato scientificamente le particolarità essenziali dell’uomo, essere sociale provvisto di Chajusong, di creatività e di coscienza, dalle quali deriva il principio filosofico secondo cui l’uomo occupa la posizione di padrone nel mondo e gioca un ruolo decisivo nella sua trasformazione.
Elaborando una concezione nuova della storia sociale alla luce del principio incentrato sull’uomo, la filosofia del Juché sormontò i limiti della vecchia concezione della storia ed apportò un cambiamento radicale alle vedute che vertevano sulla storia.
La filosofia marxista applicò alla storia la legge universale dello sviluppo del mondo materiale, stabilendo così una concezione materialistica e dialettica della storia. Inutile dire che non neghiamo il merito storico che spetta alla concezione materialistica della storia. Questa concezione recò un apporto importante alla battaglia contro la concezione reazionaria e irrazionale della storia basata sull’idealismo e sulla metafisica. D’altronde, è vero che la legge universale dello sviluppo del mondo materiale influenza i fenomeni sociali, giacché l’uomo vive nel quadro del mondo materiale oggettivo e la società è intimamente legata alla natura. E però si avrà per forza una conoscenza imperfetta della storia se si applica meccanicamente la legge universale dello sviluppo del mondo materiale ai fenomeni sociali senza pensare che intervenga una legge propria del movimento sociale.
Il movimento sociale si evolve e si sviluppa in virtù della sua propria legge.
Il movimento sociale è quello dell’uomo, essere che domina e modifica il mondo. L’uomo si dedica a lavori di trasformazione della natura al fine di dominare e di modificare il mondo materiale oggettivo. Trasformando la natura, egli produce beni materiali e crea le proprie condizioni di vita materiale. Trasformare la natura e creare beni materiali ha lo scopo di sopperire ai bisogni sociali ed è realizzabile solo per mezzo della collaborazione sociale. L’uomo cerca parimenti di trasformare la società al fine di migliorare e di perfezionare i rapporti di collaborazione sociale. È l’uomo che trasforma la natura, è parimenti l’uomo che trasforma la società. Dedicandosi alla trasformazione della natura e della società, egli non cessa di trasformare e di sviluppare se stesso. In definitiva, il dominio e la trasformazione del mondo da parte dell’uomo si compiono con la trasformazione della natura, della società e dell’uomo, e le masse popolari ne sono le responsabili. Le masse popolari creano tutti i beni materiali e culturali della società e sviluppano i rapporti sociali.
Con le masse popolari come forza motrice, il movimento sociale ha le sue particolarità che lo distinguono dal movimento della natura. Il movimento sociale nasce e si sviluppa grazie all’azione e al ruolo attivo degli uomini mentre il movimento della natura si produce spontaneamente in seguito all’interazione dei fattori materiali oggettivi. Ecco perché, se si applica meccanicamente alla storia i princìpi del materialismo dialettico che stabilì la legge universale dello sviluppo del mondo materiale, non si può delucidare né l’essenza della società né la legge universale del movimento sociale. Il principale limite del materialismo storico è che non mise in luce la legge universale propria del movimento sociale e sviluppò i princìpi del movimento sociale tenendo conto principalmente del tratto comune al movimento della natura e al movimento sociale, entrambi movimenti materiali.
Il materialismo storico marxista divise la società in essere sociale e coscienza sociale ed accordò un’importanza determinante all’essere sociale nei rapporti fra di essi; scompose la struttura sociale in forze produttive e rapporti di produzione, in struttura e sovrastruttura, ed accordò un’importanza decisiva alla produzione materiale e ai rapporti economici. Era il risultato dell’applicazione meccanica alla storia della società del principio materialistico e dialettico secondo cui il mondo è composto di materia, si trasforma e si sviluppa in virtù della legge universale del movimento materiale. Applicando nel campo storico-sociale la legge universale del mondo materiale, i fondatori del marxismo avevano in vista un mondo in cui la natura, l’uomo e la società hanno come tratto comune la loro materialità. Se si applica alla storia la legge universale del movimento del mondo materiale considerando l’uomo come una parte del mondo materiale, piuttosto che come un essere sociale dotato di Chajusong, di creatività e di coscienza, si giungerà per forza a identificare il movimento storico-sociale col processo di evoluzione della natura.
È certo vero che la società si trasforma e si sviluppa in virtù di certe leggi, e non secondo la buona volontà dell’uomo. Tuttavia le leggi della società agiscono in modo affatto diverso da quelle della natura. Mentre nella natura le leggi intervengono spontaneamente, senza dipendere dall’azione dell’uomo, nella società le leggi intervengono attraverso l’attività sovrana, creatrice e cosciente dell’uomo. Fra le leggi della società, talune agiscono in tutte le società senza distinzione di regime, altre intervengono solo in un regime determinato. Tutte le leggi della società, operando mediante l’uomo, possono, a seconda dell’azione dell’uomo, operare senza scosse oppure venir represse o limitate.
Che le leggi della società intervengano tramite l’uomo non significa che siano senza carattere oggettivo o che la spontaneità sia esclusa dal movimento sociale. Se vi sono determinate condizioni socio-economiche, le corrispondenti leggi della società entrano ineluttabilmente in gioco, di conseguenza esse rivestono un carattere oggettivo come le leggi della natura. Se si parla di spontaneità nel movimento sociale, è in quanto il Chajusong, la creatività e la coscienza dell’uomo sono relativamente poco elevati e non è stato instaurato un regime capace di valorizzarli a sufficienza. Man mano che il Chajusong, la creatività e la coscienza dell’uomo aumentano e se viene instaurato il regime necessario a liberarli, l’uomo sarà in grado di agire conformemente alle leggi oggettive e il raggio d’azione della spontaneità si ridurrà. Lo sviluppo della società è un processo di sviluppo del Chajusong, della creatività e della coscienza delle masse popolari; più questi attributi si sviluppano e il regime si perfeziona in accordo con la loro volontà, più la società si svilupperà grazie alle attività coscienti delle masse popolari. Ciò significa che entra in gioco su tutti i piani la legge del movimento sociale che evolve grazie all’azione e al ruolo positivo degli uomini.
I fondatori del marxismo applicarono alla storia della società la legge universale dello sviluppo del mondo materiale per elaborare la concezione materialistica e dialettica della storia, ma riscontrarono nella realtà del movimento sociale numerosi problemi che la legge universale del mondo materiale non bastava a risolvere. Ecco perché proposero certe teorie, in particolare quella della reazione della coscienza sociale alle condizioni materiali ed economiche che l’hanno generata e quella della reazione della politica all’economia che l’ha determinata. Tentarono così di sormontare il carattere unilaterale della concezione materialistica e dialettica della storia. E tuttavia la concezione materialistica marxista della storia rimase segnata dall’importanza essenziale che accorda ai tratti comuni al movimento della natura e al movimento sociale, e la teoria che generò non poteva che soffrire di un limite identificando lo sviluppo della società con l’evoluzione della natura.
La differenza fondamentale tra la filosofia del Juché e la filosofia marxista trae origine dalla loro interpretazione diversa dell’uomo.
La filosofia marxista definì l’uomo come un insieme di rapporti sociali, senza giungere però a delucidare le particolarità di questo essere che vive in società. Se questa dottrina sviluppò i princìpi del movimento sociale, incentrandoli sulla legge universale dello sviluppo del mondo materiale, è in quanto non mise in luce i tratti caratteristici essenziali dell’essere umano. È la filosofia del Juché che ha chiarito perfettamente questo problema.
Com’è indicato nei documenti del nostro partito, l’uomo è un essere sociale dotato di Chajusong, di creatività e di coscienza; e nessuno muove obiezioni a questo riguardo. Tuttavia certi sociologi continuano a dibattere a torto la questione di saper come l’uomo poté divenire un essere sociale dotato di Chajusong, di creatività e di coscienza. Essi considerano ancora le caratteristiche essenziali dell’uomo in rapporto al suo livello di sviluppo come essere materiale ed auspicano che si cerchi l’origine del suo Chajusong, della sua creatività e della sua coscienza nella diversità dei componenti della materia e nella complessità della struttura della loro combinazione. È, a dire il vero, una veduta che considera le caratteristiche essenziali dell’uomo come un’evoluzione della sua natura biologica, come il suo sviluppo e il suo perfezionamento. Quando si tratta dell’uomo come organismo vivente, si può paragonarlo ad altre materie viventi e discutere delle particolarità dei suoi componenti biologici e della sua struttura. Ebbene, l’uomo di cui è questione nella filosofia del Juché non è soltanto un essere organico altamente evoluto, ma anche vivente ed agente, dotato di Chajusong, di creatività e di coscienza, qualità di cui sono sprovvisti tutti gli altri esseri viventi. L’origine di queste tre specificità bisogna cercarla non nello sviluppo dei suoi tratti comuni con altri esseri materiali, ma nei suoi tratti specifici, che non può avere nessun altro essere materiale. È in quanto vive e agisce nella società in mezzo ai rapporti sociali che l’uomo poté acquisire il Chajusong, la creatività e la coscienza. Questi attributi sociali si formarono e si svilupparono nel corso del processo storico in cui l’uomo agisce in mezzo ai rapporti sociali. Certo, queste caratteristiche sono impensabili senza un organismo altamente sviluppato. Con un tale organismo, l’uomo può essere considerato come il compimento supremo dell’evoluzione e l’essere materiale più sviluppato. Però, quantunque sviluppato sia il suo organismo, se l’uomo non avesse vissuto e agito nella collettività sociale e nei rapporti sociali, non sarebbe mai giunto a diventare un essere indipendente, creatore e cosciente. Senza vita l’uomo non può beneficiare dell’integrità socio-politica, ma la vita non può mai dare origine da sola all’integrità socio-politica. Analogamente, il Chajusong, la creatività e la coscienza sono impensabili senza l’organismo sviluppato dell’uomo, ma le sue particolarità biologiche non generano da sole questi attributi sociali. Le caratteristiche sociali dell’uomo poterono formarsi e svilupparsi solo attraverso la comparsa e lo sviluppo dell’essere sociale di cui trattasi, vale a dire attraverso lo sviluppo storico delle sue attività e dei suoi rapporti sociali. Che la storia dello sviluppo della società equivalga alla storia dello sviluppo del Chajusong, della creatività e della coscienza dell’uomo significa che queste caratteristiche dell’uomo sono attributi che si sono formati e sviluppati nel corso della storia della società. Perciò, per studiare l’uomo in filosofia, bisogna sempre considerarlo in quanto essere sociale.
Che certi nostri sociologi sollevino discussioni sui componenti della materia e sulla struttura della loro combinazione che legano alle caratteristiche essenziali dell’uomo e lascino intendere che si tratta di una parte importante della filosofia del Juché è un’espressione del deviazionismo che tende ad assoggettare la filosofia del Juché allo stampo del materialismo dialettico marxista per interpretarla; è solo un tentativo di giustificare l’erronea veduta evoluzionista che considera le caratteristiche essenziali dell’uomo come il risultato dello sviluppo e del perfezionamento dei suoi attributi biologici.
È importante farsi una nozione giusta dell’essere sociale quando si tratta delle caratteristiche essenziali dell’uomo. I fondatori del marxismo studiarono l’essenza dell’uomo nei rapporti sociali, ma attribuirono il termine essere sociale alla nozione delle condizioni materiali della vita sociale e dei rapporti economici che esistono oggettivamente e si riflettono nella coscienza sociale. Certo, dato che consideravano l’uomo come una componente delle forze produttive e come un insieme di rapporti sociali, l’essere sociale di cui parlavano comprendeva parimenti l’uomo. Tuttavia non impiegarono il termine essere sociale come il termine che determina le particolarità essenziali dell’uomo.
Formulando la filosofia del Juché, abbiamo impiegato il termine essere sociale in un senso particolare considerandolo come determinante le caratteristiche essenziali dell’uomo. Secondo i princìpi di questa filosofia, l’uomo è il solo essere sociale al mondo. Ebbene, certi sociologi auspicano ancora che s’includa nella nozione di essere sociale le ricchezze e i rapporti sociali, il che cancella la differenza tra l’uomo, le ricchezze e i rapporti sociali. Le ricchezze e i rapporti sociali si creano e si sviluppano grazie all’uomo, perciò è impensabile includerli nella nozione che definisce le particolarità dell’uomo. Certo, si può impiegare il termine essere sociale nel senso attribuitogli dai fondatori della filosofia marxista quando si parla di questa filosofia. Tuttavia, se si interpreta il termine essere sociale nel vecchio senso, allorché si parla della filosofia del Juché, si getterà la confusione sulle caratteristiche essenziali dell’uomo. La filosofia del Juché essendo una filosofia nuova che ha il suo proprio sistema e il suo proprio contenuto, bisogna guardarsi dall’interpretare la sua terminologia secondo il vecchio senso.
Una delle cause principali delle deviazioni commesse da certi sociologi nella spiegazione di questa filosofia è che non hanno tenuto conto degli imperativi della pratica rivoluzionaria nelle loro ricerche filosofiche.
La teoria deve poggiare sulla pratica e servirla. Una teoria separata dalla pratica è incapace di far luce sulla verità; essa non vale niente.
Il Presidente Kim Il Sung ha sempre tenuto conto delle esigenze della pratica rivoluzionaria nelle sue ricerche filosofiche; è dando chiarimenti scientifici sui pressanti problemi d’ordine ideologico e teorico sollevati dalla pratica della rivoluzione che diede vita alla filosofia del Juché. E il nostro partito, generalizzando i dati sperimentali ricchi e profondi forniti dalla pratica della rivoluzione, ha formulato sistematicamente e su tutti i piani la filosofia del Juché e l’ha sviluppata ancora.
La pratica rivoluzionaria è una lotta per l’emancipazione delle masse popolari, che ne sono direttamente incaricate; perciò l’importante nelle ricerche filosofiche è riflettere fedelmente le loro rivendicazioni e le loro aspirazioni, generalizzare i dati sperimentali forniti dalla loro lotta per sviluppare la teoria e portarle a farla propria. Nella società basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo la classe dominante cerca, approfittando della filosofia per difendere e giustificare il regime di dominio reazionario, di farne l’appannaggio dei filosofi che rappresentano i suoi interessi; del resto, essa considera le masse popolari come degli ignoranti che non hanno niente a che vedere con la filosofia e sono pure incapaci di comprenderla.
Vedendo nelle masse popolari le padrone di ogni cosa e gli esseri più intelligenti, il nostro partito mise a punto la filosofia del Juché e la sviluppò riflettendo i loro bisogni e le loro aspirazioni e generalizzando i dati sperimentali tratti dalla loro lotta, e ne fece la loro arma. Ecco perché questa filosofia è una verità assoluta che risponde alle rivendicazioni e alle aspirazioni sovrane delle masse popolari; ecco perché è una filosofia popolare, facile da comprendere per loro e che gli serve da arma nella loro lotta.
Ebbene, certi sociologi si abbandonano a discussioni che non hanno pressoché nulla a che vedere sul piano pratico col problema del destino delle masse popolari. Lo scopo dei nostri studi filosofici è di trovare i princìpi e i metodi da applicare per sviluppare la società e plasmare il destino delle masse popolari. È la politica che orienta lo sviluppo della società, ed è la filosofia del Juché che delucida i princìpi fondamentali della più giusta politica per lo sviluppo della società. La filosofia del Juché è in questo senso, si può dire, una filosofia politica.
Ho saputo che certi sociologi presentano la filosofia del Juché come lo sviluppo del materialismo dialettico marxista al fine di adattarsi alle necessità particolari della diffusione delle idee del Juché all’estero; è opportuno far ben comprendere che è una filosofia nuova a carattere rivoluzionario ed evitare di diffondere l’idea che si tratti semplicemente di uno sviluppo della filosofia marxista. Cercare, col pretesto di rispettare le particolarità dell’informazione all’estero, di assoggettare la filosofia del Juché allo stampo della filosofia marxista è altrettanto falso che assimilare alla filosofia del Juché degli elementi eterogenei, perdendo di vista i suoi princìpi fondamentali. Al giorno d’oggi si assiste al porsi su scala mondiale di una serie di questioni d’ordine teorico e pratico che attendono una risposta pertinente basata sui princìpi della filosofia del Juché. Perché disconoscere allora questi problemi nell’informazione estera e discutere di problemi sprovvisti d’importanza politica e di significato teorico e pratico evidente? Al livello della diffusione delle idee del Juché all’estero è opportuno spiegare giudiziosamente in legame con le questioni d’attualità che la filosofia del Juché è del tutto originale, è una dottrina rivoluzionaria nuova. Non bisogna più che si manifestino deviazioni non soltanto al livello dell’informazione estera, ma anche nella ricerca, nello studio e nell’insegnamento della filosofia del Juché.
La filosofia del Juché mette in luce la base filosofica delle idee del Juché, ideologia direttrice del nostro partito, nonché dei princìpi fondamentali della rivoluzione: è la filosofia rivoluzionaria, la filosofia politica del nostro partito. L’atteggiamento nei confronti della filosofia del Juché non concerne semplicemente una teoria filosofica, ma verte sul punto di vista e sull’atteggiamento nei confronti delle idee del partito. È opportuno accettare le idee del partito come verità indiscutibili, difenderle gelosamente e farne la propria fede rivoluzionaria per comprendere esattamente la filosofia del Juché, interpretarla a giusto titolo e spiegarla con competenza.
Dobbiamo trarre grande fierezza dalla filosofia del Juché, filosofia politica di cui disponiamo, ed assimilare a fondo i suoi princìpi per applicarli perfettamente nella rivoluzione e nello sviluppo del paese. Dobbiamo appoggiarci strettamente ai princìpi della filosofia del Juché nell’analisi e nell’apprezzamento di tutti i fatti sociali e conformarci alle sue esigenze per raggruppare strettamente le masse popolari attorno al partito e rinvigorire il ruolo giocato dalla forza motrice per dare un energico impulso alla rivoluzione e allo sviluppo del paese.
Se la filosofia del Juché è quella che i nostri ricercatori e il nostro popolo devono studiare e assumere come guida, essi devono nondimeno conoscere le idee filosofiche del marxismo-leninismo. È soprattutto il caso dei sociologi. Nello studio di questa filosofia è importante discernere i limiti e le immaturità accanto agli aspetti progressivi e positivi. Bisogna conoscere non soltanto i meriti storici della filosofia marxista, ma parimenti i suoi limiti dovuti alla sua epoca e all’immaturità delle sue idee e delle sue teorie se si vuol evitare di trattare con spirito dogmatico questa teoria e riconoscere a fondo l’originalità e il valore della filosofia del Juché. I sociologi assimileranno la filosofia del Juché, poi provvederanno, guidati dai suoi princìpi, a farsi un’idea chiara dei limiti e delle immaturità della filosofia marxista in rapporto ai suoi meriti.
Nel contempo bisogna premunirsi strettamente contro tutte le correnti filosofiche eterogenee contrarie alla filosofia del Juché e preservare questa in tutta la sua purezza. La filosofia del Juché possiede un valore e una vitalità superiore, giacché riflette le esigenze della pratica della rivoluzione e la sua verità e la sua giustezza sono state confermate. Oggi l’interesse crescente che suscita e l’allargamento dei ranghi dei suoi partigiani sulla scena internazionale provano che essa dà la risposta più pertinente alla pratica della rivoluzione. I nostri sociologi devono analizzare ed apprezzare tutte le teorie filosofiche alla luce della filosofia del Juché, convinti della scientificità, della verità, dell’originalità e della superiorità di questa filosofia, per impedire alla minima corrente d’idee eterogenee d’impregnare la filosofia del Juché.
Tutti i nostri sociologi sono invitati a studiare e a spiegare in lunghezza e in profondità la filosofia del Juché come vuole il nostro partito, evidenziando così la sua grandezza ed innalzando la sua forza d’ispirazione.



JEAN-CLAUDE MARTINI





PER UNA COMPRENSIONE
CORRETTA DEL MAOISMO
ALLA LUCE DELLA
IDEA JUCHE









FIRENZE, ITALIA

2018



PROLETARI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI!





JEAN-CLAUDE MARTINI



PER UNA COMPRENSIONE
CORRETTA DEL MAOISMO
ALLA LUCE DELLA
IDEA JUCHE


In occasione del 125° anniversario della nascita del Presidente Mao Zedong, grande dirigente del popolo cinese e del proletariato internazionale


26 dicembre 2018





FIRENZE, ITALIA

2018





INDICE

ORIGINE, SVILUPPO E DIFFUSIONE DEL MAOISMO

P.4 (PDF)

1. I limiti storici del maoismo e le soluzioni trovate dall'idea Juche

P.6

GLI APPORTI AL MAOISMO DA PARTE DI ALTRE FORZE

P.8

COMUNISTE, I LORO LIMITI E LA NECESSITÀ DI SUPERARLI








ORIGINE, SVILUPPO E DIFFUSIONE DEL MAOISMO


L'epoca in cui viviamo è un'epoca di grandi e repentini cambiamenti; la crisi irreversibile del capitalismo precipita sempre più ma il movimento comunista è attualmente troppo debole per sferrare l'offensiva finale e instaurare il socialismo, soprattutto nei paesi imperialisti. È dunque doveroso che i comunisti analizzino scientificamente e rivedano, alla luce delle condizioni reali del Paese in cui operano e del periodo storico nel quale ci troviamo, la teoria rivoluzionaria che li ha sin qui guidati.
Il grande dirigente, compagno Kim Jong Il, si accinse già negli anni '60 a uno studio sistematico edialettico del marxismo-leninismo, allorquando guidò i membri dell'Associazione dei Sociologi diCorea nell'analisi di più di 30 opere di Marx, Engels e Lenin. La conclusione, esposta nei suoidiscorsi del 1966 ai sociologi, raccolti sotto il titolo Per un'analisi e un bilancio corretti della storia della precedente ideologia rivoluzionaria della classe operaia, per quanto riguarda ilmarxismo e il leninismo, è la seguente:

  • «Il marxismo è […] una dottrina rivoluzionaria basata sull'analisi dei rapporti sociali,economici e di classe in Gran Bretagna, in Germania e in altri paesi capitalisti sviluppati. Pertanto, questa dottrina non fornisce soluzioni ai problemi teorici e pratici della rivoluzione e dell'edificazione nelle ex colonie e semicolonie, le quali compongono la schiacciante maggioranza delle nazioni sulla Terra. «

  • Il leninismo si basava sull'analisi del contesto storico dell'era imperialista e rifletteva le esigenze della lotta rivoluzionaria in un paese nel periodo iniziale seguito alla conquista del potere da parte della classe operaia.
    Lenin visse in un'epoca in cui gli imperialisti esercitavano un dominio incontrastato nel mondo e il primo Stato socialista era appena nato».
È del resto doveroso ricordare che i comunisti coreani hanno sempre posto l'accento sull'aspetto principale della precedente ideologia rivoluzionaria della classe operaia, e cioè i suoi incancellabili meriti storici.
Nel suo capolavoro del 31 marzo 1982 intitolato Sull'idea Juche, egli espone come segue i meriti storici del marxismo e del leninismo, mettendoli a paragone con quelli del Juche:
  • «A metà del XIX secolo Marx ed Engels introdussero il marxismo.
    In questo modo essi evidenziarono la missione storica della classe operaia, apparsa sull'arena della lotta, e la via della liberazione che questa doveva seguire, stimolando così la lotta contro il capitale e inaugurando la nascita del movimento comunista internazionale.
    Lenin sviluppò il marxismo e introdusse il leninismo, conformemente alle nuove condizioni storiche in cui il capitalismo era entrato nella fase imperialista, ispirando così la classe operaia e il resto del popolo alla lotta per distruggere le fortezze dell'imperialismo e conquistare la libertà e l'emancipazione.
    Ciò segnò l'inizio della transizione dal capitalismo al socialismo.

  • Il nostro leader ha creato la grande idea Juche dopo aver acquisito una profonda cognizione delle esigenze della nuova era in cui le masse popolari oppresse ed umiliate sono divenute padrone del proprio destino.
    Così egli ha sviluppato la loro lotta per l'indipendenza a uno stadio superiore e ha inaugurato l'epoca del Juche, una nuova era nello sviluppo della storia umana».

Da queste giuste considerazioni noi ripartiamo oggi per l'analisi della nuova fase del pensiero comunista, sviluppatasi tra il leninismo e l'idea Juche, fase che il grande dirigente non ha analizzato: il maoismo.
Il maoismo è la terza, superiore tappa del pensiero comunista dopo il marxismo e il leninismo, e ha anch'esso fornito risposte ai nuovi problemi che il marxismo e il leninismo, per le ragioni indicate dal grande compagno Kim Jong Il, non hanno affrontato.

Il maoismo è sorto nel fuoco della rivoluzione cinese negli anni '30 e '40 del secolo scorso, sotto la guida di Mao Zedong, il massimo dirigente di questa rivoluzione.
Mao Zedong ha ereditato, difeso, arricchito e sviluppato il marxismo-leninismo, portandolo a un nuovo e superiore stadio di sviluppo; il suo pensiero nacque come risposta alle esigenze della rivoluzione cinese e al contesto in cui questa iniziò e proseguì fino alla vittoria.
Ne sono una chiara prova le teorie della nuova democrazia e dell'accerchiamento delle città partendo dalle campagne, teorie formulate alla luce del fatto che la Cina, paese enorme con vaste campagne, era all'epoca un paese semifeudale e semicoloniale.
Ne consegue, logicamente, che noi comunisti dei paesi imperialisti non possiamo rifarci a queste teorie e tattiche, trovandoci ad operare in paesi e in un'epoca radicalmente differenti dal paese e dall'epoca in cui visse ed operò Mao Zedong.
L'originalità del maoismo e il suo carattere più avanzato rispetto al marxismo e al leninismo emersero in una certa fase dell'edificazione del socialismo in Cina e della storia del movimento comunista internazionale: quando i revisionisti moderni presero il potere in URSS e in una serie di altri paesi socialisti, Mao Zedong fu il primo a prendere posizione contro di essi e a smascherarli su tutta una serie di importanti questioni teoriche del marxismo-leninismo che questi attaccavano, -distorcevano e rinnegavano.
Tra queste, il “culto della personalità” e la “coesistenza pacifica”: i revisionisti innalzarono la bandiera della “lotta al culto della personalità” per infrangere l'unità del Partito bolscevico, delle masse popolari sovietiche e del mondo intero attorno a Stalin e poter realizzare i loro progetti di restaurazione pacifica e graduale del capitalismo nel primo paese socialista del mondo; in politica estera, ciò si tradusse nel “nuovo corso di coesistenza pacifica”, sostituendo la promozione della rivoluzione mondiale con la competizione borghese coi paesi capitalisti.
Queste “svolte” ebbero quale risultato l'indebolimento progressivo del movimento comunista internazionale e l'esaurimento della spinta propulsiva della rivoluzione socialista.
Contro questo stato di cose i comunisti cinesi con Mao Zedong alla testa promossero e lanciarono la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria nel 1966, anche per prevenire la restaurazione del capitalismo in Cina ad opera dei controrivoluzionari e degli individui antipartito.
Questo grandioso movimento di massa fece sì che il maoismo, da mera applicazione del marxismo-leninismo alla realtà cinese, divenisse una teoria rivoluzionaria valida internazionalmente, capace di ispirare alla lotta e alla rivoluzione masse di milioni di uomini nel mondo anche negli anni a venire.
Le opere di Mao Zedong furono tradotte in centinaia di lingue e pubblicate in ogni paese, cosicché i popoli rivoluzionari potessero studiarle più facilmente.
Da questo studio alcuni compagni hanno tratto la conclusione che il maoismo ha apportato i seguenti contributi al pensiero comunista:

  1. La guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata;
  2. Le rivoluzioni di nuova democrazia;
  3. La lotta di classe nella società socialista;
  4. La linea di massa;
  5. La lotta tra le due linee nel partito;
  6. Il partito comunista non è solo soggetto, ma anche oggetto della rivoluzione socialista.

Questo elenco vale soltanto in linea generale: ciò significa che non tutti questi apporti sono utili e traducibili in pratica in ogni situazione e in ogni paese senza alcuna discriminante.
Abbiamo citato prima le rivoluzioni di nuova democrazia, che si attuano soltanto nei paesi coloniali e semicoloniali retti da sistemi feudali o semifeudali, non nei paesi imperialisti o comunque a capitalismo avanzato.
È dunque inevitabile che, ai giorni nostri, il maoismo presenti dei limiti storici, teorici ed organizzativi che dobbiamo analizzare per superarli al fine di avanzare nella costruzione della rivoluzione mondiale partendo dai propri paesi: come hanno detto a più riprese i grandi dirigenti coreani, la rivoluzione mondiale al giorno d'oggi trionferà solo come insieme di rivoluzioni nazionali.
Va dunque reso merito ai comunisti peruviani per aver scoperto e proclamato il maoismo come terza superiore tappa del pensiero comunista nel 1992, ma dobbiamo procedere a un'analisi dell'epoca in cui tale passo fu compiuto e ai passi da fare che i tempi odierni ci richiedono.

1. I limiti storici del maoismo e le soluzioni trovate dall'idea Juche

Nell'approcciarci al maoismo dobbiamo rigettare due tendenze apparentemente contrarie ma in realtà complementari: una, di destra, tendente a sminuire gli apporti del maoismo e denigrare, falsificare e distorcere la realtà storica dell'edificazione del socialismo in Cina sotto la guida di Mao Zedong; la seconda, di “sinistra”, tendente a considerare il maoismo in modo dogmatico come se nulla nel mondo fosse cambiato dai tempi in cui visse e operò Mao Zedong e ad innalzare ciecamente la bandiera del maoismo come se il pensiero comunista fosse ancora fermo all'epoca in cui esso nacque, si sviluppò e si diffuse.
Sono due tendenze egualmente presenti, in forze, nel movimento comunista dei paesi imperialisti ed impediscono alla rivoluzione socialista di avanzare e al movimento comunista stesso di rinascere e rafforzarsi.
Mao Zedong visse nel periodo in cui l'imperialismo, dopo aver superato la sua prima crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale attraverso due guerre mondiali, conobbe un periodo di ripresa ed espansione che terminò solo nell'ultimo periodo della sua vita.
In quel periodo il movimento comunista era forte ed avanzava di vittoria in vittoria a livello mondiale, da Cuba al Vietnam passando per l'Algeria, ed anche nei paesi capitalisti le masse lavoratrici ottenevano nuove conquiste e nuovi diritti sotto la guida dei comunisti, che pure presentava molti limiti dovuti al predominare, nei partiti comunisti, dei revisionisti moderni.
Quando Mao Zedong morì, nel 1976, il campo socialista, seppure già incamminato sulla via della restaurazione pacifica e graduale del capitalismo, era ancora interamente in piedi.
Pertanto il maoismo non ha potuto fornire risposte alle questioni relative al crollo di quel campo tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90 e al conseguente indebolimento del movimento comunista in tutti i paesi del mondo.
Infatti, la tesi più volte rilanciata dai comunisti cinesi al tempo della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria secondo cui il maoismo «è il marxismo-leninismo dell'epoca in cui l'imperialismo va incontro alla disfatta totale e il socialismo avanza verso la vittoria in tutto il mondo» si è rivelata errata alla luce dei fatti e della storia: tra il 1989 e il 1992 ha “vinto” il capitalismo, non il socialismo.
Ciò dimostra altresì che il maoismo, non essendo una teoria nuova ed originale come il Juche, presenta gli stessi limiti storici e teorici del marxismo-leninismo correttamente analizzati dal grande compagno Kim Jong Il, pur avendone superati alcuni e aver tentato di superarne altri.
Ad esempio, per quanto riguarda la questione del “culto della personalità”,Mao Zedong ristabilì la giusta concezione leninista del rapporto tra il partito, i capi, le classi e le masse ed ha anche presentato una teoria relativa a un tipo giusto e uno sbagliato di culto della personalità, nel 1958.
È tuttavia un fatto che i revisionisti moderni hanno potuto prendere il potere con una linea incentrata sulla “lotta al culto della personalità” perché il marxismo-leninismo non ha mai risolto la questione della natura del leader e del suo ruolo nel processo rivoluzionario (ritrovandosi al riguardo soltanto un paragrafo dello scritto di Lenin L'estremismo, malattia infantile del comunismo e un articolo antirevisionista del Partito Comunista Cinese intitolato Sulla questione di Stalin, datato 1963, il quale ribadisce i principi di quel paragrafo), aspetto analizzato in dettaglio solo dai comunisti coreani.
È quindi altrettanto evidente che Mao Zedong non ha potuto, per motivi anagrafici, fornire un'analisi teorica scientifica del perché i primi paesi socialisti si sono dissolti; gli unici ad averlo fatto in tutto il mondo sono stati i grandi compagni Kim Il Sung e Kim Jong Il, e ciò ha dato nuova linfa e vitalità all'idea Juche, rendendola capace di rispondere in modo giusto e rivoluzionario alle sfide della nostra epoca.
I limiti del maoismo, allorquando non analizzati correttamente o ignorati, si ripercuotono tutt'oggi in varie forme e misure nei comunisti e nella loro concezione.
Essi assolutizzano il ruolo del revisionismo moderno e lo indicano quale principale, se non unica, causa del crollo dei primi paesi socialisti.
Si tratta di un'idea erronea e non corrispondente alla realtà: se fosse realmente come dicono, non si spiegherebbe come mai alcuni paesi socialisti guidati dai revisionisti moderni siano sopravvissuti al crollo del Muro di Berlino pur avendo fatto concessioni identiche o quasi al capitalismo rispetto a quelle che fecero altri paesi revisionisti che però lo hanno visto restaurarsi totalmente e sono passati nel campo dei vassalli dell'imperialismo.
La ragione principale è che i partiti comunisti dei primi paesi socialisti non hanno fatto affidamento sulla forza delle masse popolari, né hanno risolto in maniera indipendente i problemi dell'edificazione del socialismo che si presentavano, ma hanno seguito ciecamente l'Unione Sovietica trascurando le loro condizioni specifiche col pretesto della “universalità dei principi marxisti-leninisti”. Non hanno saputo dirigere adeguatamente la trasformazione comunista della società e hanno lasciato che si diffondessero le idee borghesi e la cultura imperialista in seno alle masse, e particolarmente alle nuove generazioni, col risultato che la causa del socialismo ha sofferto molti rovesci, che hanno condotto alla situazione in cui ci troviamo oggi. Il revisionismo moderno, in quanto corrente borghese, ha sfruttato questo stato di cose già esistente e l'ha aggravato fino a provocare la disgregazione del sistema socialista stesso di quei paesi. Per questo si può dire che esso sia una ragione di questa degenerazione, ma non la sua causa principale.

Altri limiti del maoismo si riscontrano nell'analisi dei suoi stessi apporti, e particolarmente nel terzo e nel quinto apporto dei sei suindicati: dall'esperienza del socialismo in Cina e dal bilancio dell'edificazione socialista in Unione Sovietica e in altri paesi socialisti, Mao Zedong scoprì che la borghesia si riproduce nelle istituzioni statali e nel partito comunista stesso, e che il modo per combatterla è la lotta tra le due linee al fine di smascherarla partendo dalla sua ideologia e dalla sua concezione del mondo, oltre che dai suoi tentativi, in campo organizzativo, di frenare la marcia della società socialista verso il comunismo.
Tuttavia la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria fu sconfitta nel 1976 e la restaurazione del capitalismo è iniziata due anni dopo, senza che la parte più sana, rivoluzionaria, del Partito Comunista Cinese avesse saputo opporre una resistenza costruttiva, ma venendo anzi falcidiata dalla repressione reazionaria nonostante potesse contare su compagni generosi, eroici, giovani, sperimentati nella lotta di classe ed emersi dalla lotta contro le linee borghesi e antipartito durante la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, e nonostante avesse i successi concreti del maoismo sotto gli occhi.
Ai problemi posti dal maoismo e da esso non risolti ha risposto la pratica dell'edificazione del socialismo nella Corea Juche negli anni '70: il Presidente Kim Il Sung lanciò il Movimento per la Bandiera Rossa delle Tre Rivoluzioni con il quale ebbero inizio contemporaneamente la rivoluzione ideologica, quella tecnica e quella culturale, guidate dal principio di intellettualizzare l'intera società e trasformarla sul modello della classe operaia.
Ciò rafforzò al contempo l'unità unanime che da sempre caratterizza il socialismo coreano, essendo questa incentrata sulla triade leader-partito-masse che a sua volta affonda le radici nell'impalcatura teorica dell'idea Juche.
Una tale unità sarebbe impossibile senza la trasformazione ideologica in senso comunista dell'intera società e la sua unificazione attorno alla direzione e alle idee rivoluzionarie del leader.
Questo aspetto è ignorato da coloro che si rifanno alle precedenti teorie rivoluzionarie e che oggi si vantano di escogitare teorie errate su “elaborazioni collettive” e direzioni collegiali”, trascurando del tutto in ciò l'imprescindibile ruolo del leader e dimenticando che le teorie rivoluzionarie della classe operaia sono sempre state escogitate dai suoi massimi dirigenti.
Ciò si interseca con l'incapacità di queste persone di comprendere come in realtà la formazione di una nuova borghesia nel socialismo sia un fattore non tanto economico, quanto principalmente ideologico, avvenendo questo fenomeno sulla base della sopravvivenza delle vecchie idee borghesi nel cosiddetto senso comune.
È proprio questa sopravvivenza delle idee borghesi che fa sì che vi siano individui i quali, pur occupando posti di responsabilità nel partito comunista e nello Stato socialista, si oppongono alle necessarie trasformazioni e ai necessari progressi da fare per giungere al comunismo.
Possiamo eliminare questo pericolo solo se trasformiamo l'intera società sulla base di un'ideologia rivoluzionaria unica, compattando tutto il partito, lo Stato e le masse popolari attorno al leader, non transigendo la minima deviazione e lottando risolutamente contro ogni influenza esterna e contraria a questa ideologia e dannosa a questa unità.
Questo chiaramente non significa reprimere le opinioni contrarie nel partito o impedire la loro espressione, ma privilegiare il principio del collettivismo su quello individualistico incentrato sulla propria opinione personale; in breve, si tratta di rivedere ed aggiornare il sistema del centralismo democratico leninista in conformità alle condizioni concrete.
La formazione della nuova borghesia nel socialismo non è quindi un fenomeno inevitabile, ed è altresì sbagliato combatterla con metodi settari che scindono le forze rivoluzionarie e in ultima analisi avvantaggiano proprio i nostri nemici.

GLI APPORTI AL MAOISMO DA PARTE DI ALTRE FORZE COMUNISTE,
I LORO LIMITI E LA NECESSITÀ DI SUPERARLI

Vi sono tuttavia partiti comunisti, oltre al già accennato Partito Comunista Peruviano, che hanno apportato interessanti contributi al maoismo alla luce della loro esperienza e del loro bilancio della storia del movimento comunista e della rivoluzione proletaria.
È però doveroso distinguere dialetticamente tra il maoismo e gli apporti di questi compagni al maoismo.
Mentre il primo occupa una posizione all'interno di un periodo storico ben determinato, i secondi godono di maggiore freschezza e si rinnovano continuamente alla luce delle nuove esperienze fatte e dei cambiamenti sopraggiunti nella situazione generale.
Essi, però, inevitabilmente ripropongono i limiti storici e teorici dell'ideologia da cui prendono le mosse: costoro pensano di poter utilizzare la stessa teoria in un contesto del tutto diverso da quello in cui è nata e si è sviluppata, concentrandosi unilateralmente sugli aspetti comuni tra le due epoche; non comprendono come, dialetticamente, indipendenza e socialismo siano strettamente legate, come la prima sia irrinunciabile presupposto del secondo e come questa sia l'era dell'indipendenza e non ancora del socialismo.
Il movimento comunista odierno è debole, ma si affacciano sempre più paesi sull'arena internazionale i quali, pur non essendo paesi socialisti retti da dittature del proletariato, difendono la loro sovranità e resistono attivamente all'imperialismo.
È un aspetto che non possiamo permetterci di ignorare, né possiamo tacere delle loro esperienze oppure sminuirli o addirittura denigrarli col pretesto che non sono paesi socialisti.
Anch'essi avanzeranno (o torneranno) al socialismo quando emergerà un partito comunista capace di guidare le masse popolari a prendere in mano il potere politico e il proprio destino.
Perché questo avvenga, però, il movimento comunista deve dotarsi di un'ideologia nuova e rispondente alle esigenze dei tempi che cambiano: il movimento comunista internazionale oggi rinasce sulla base dei principi del kimilsungismo-kimjongilismo, prova ne sono le firme della Dichiarazione di Pyongyang del 1992 ad opera di numerosi partiti ed organizzazioni nel mondo ancora in questi mesi e anni.
È insufficiente limitarsi alla sola solidarietà antimperialista verso la Corea popolare o a generiche e superficiali approvazioni di questo o quel principio del Juche.
Dobbiamo comprendere che il pensiero comunista è giunto a una nuova tappa, quella del kimilsungismo-kimjongilismo, dopo aver attraversato quelle del marxismo, del leninismo, del maoismo e del kimilsungismo.
In cosa si sintetizza la superiorità del kimilsungismo-kimjongilismo sulle precedenti teorie rivoluzionarie? Schematizzando, essa si riassume nei seguenti punti:

  1. Il ruolo principale dell'uomo nella rivoluzione e nell'edificazione;
  2. La definizione di indipendenza, creatività e coscienza come attributi fondamentali dell'essere sociale che forgia in autonomia il proprio destino;
  3. Il ruolo del leader nel processo rivoluzionario e nella costruzione del socialismo;
  4. La ridefinizione della questione nazionale e l'essenza e il significato del nazionalismo;
  5. La riconduzione su binari scientifici e concreti del materialismo dialettico e del principio di unità e lotta degli opposti;
  6. La ridefinizione creativa su base pratica della questione della classe dirigente della rivoluzione e dell'appartenenza di classe;
  7. L'indipendenza come cardine di ogni azione del partito comunista sia sul fronte interno che su quello estero;
  8. La questione della successione: il leader non deve limitarsi a ereditare il lascito ideologico del suo predecessore, ma anche e soprattutto acquisirne i tratti e le virtù morali;
  9. I comunisti dirigono la rivoluzione basandosi sulle proprie forze e sulla propria responsabilità e partendo dalle specificità del contesto in cui operano, non su ordine di qualcun altro.

A essi si aggiungano gli apporti del maoismo sopramenzionati che sono stati mutuati nel Juche, con le adeguate correzioni e revisioni alla luce della nuova esperienza maturata dal movimento comunista sia in Corea che nel resto del mondo: la lotta di classe nella società socialista, la linea di massa e il fatto che il partito non è solo soggetto ma anche oggetto della rivoluzione.
Anche la nuova democrazia, sotto il nome di “liberazione nazionale”, si ritrova in una certa forma nell'idea Juche.
Tra il 1945 e il 1948 la Corea attraversò questa fase, cui ci si riferì col nome di “democraziaavanzata”.
Alcuni hanno obiettato alla teoria del Juche il fatto di negare l'esistenza di leggi oggettive della rivoluzione con la scusa dell'indipendenza e delle specificità: si tratta di un'obiezione falsa, che discende da un'errata o assente conoscenza dei principi di questa teoria.
L'idea Juche non “reinventa la scienza”: è proprio grazie all'enorme esperienza accumulata dal movimento comunista internazionale che ogni partito può oggi dirigere la rivoluzione in piena indipendenza e in piena coscienza, senza dover aderire forzatamente ad esperienze passate e teorie prestabilite.
Il grande dirigente, compagno Kim Jong Il, chiarì esplicitamente:

  • «Quando dico che le leggi sociali operano attraverso l’attività dell'uomo, non nego il carattere oggettivo delle leggi sociali e la possibile spontaneità nel movimento sociale.
    Se si crea una certa condizione socio-economica, inevitabilmente opera una legge sociale ad essa corrispondente e pertanto assume un carattere oggettivo, come fa una legge naturale.
    La spontaneità nel movimento sociale è dovuta a un livello relativamente basso dell’indipendenza, della creatività e della coscienza dell’uomo e all’assenza del sistema sociale sotto cui il popolo possa dispiegarle appieno.
    Con la crescita dell’indipendenza, della creatività e della coscienza dell’uomo e con l’instaurazione del sistema sociale che assicuri un pieno sviluppo di queste qualità, l’uomo lavorerà meglio, attenendosi alle leggi oggettive, e la sfera della spontaneità si restringerà». [1]
Di fatto, possiamo oggi distinguere cinque fasi attraverso cui il pensiero comunista è passato:
  1. la fase del marxismo (1848-1917),
  2. quella del leninismo (1917-1966),
  3. quella del maoismo (1966-1976),
  4. quella del kimilsungismo (1976-2012) e
  5. quella del kimilsungismo-kimjongilismo (dal 2012).

Avanzando con spirito indipendente e creativo nella risoluzione di ogni problema, rigettando ogni tipo di dogmatismo, il socialismo e il comunismo trionferanno gradualmente in ogni paese del mondo e la causa della completa emancipazione dell'umanità otterrà la sua vittoria totale e definitiva.

[1] Kim Jong Il, La filosofia del Juche è una filosofia rivoluzionaria originale, 26 luglio 1996, Opere Scelte, vol. XIV, pag. 176 ed. inglese.