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Tutte le foto e i video sono di Linda Galassi
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UN VIAGGIO IN PARADISO

«La RPDC è il paradiso che i cristiani hanno sempre desiderato, una giusta società di quelle descritte da Platone, un’Utopia tale come immaginata da Tommaso Moro e una città di Dio come quella alla quale aspirava sant’Agostino». (Luise Rinser)
Gettar fango su questo Paese non può essere visto che come qualcosa che maschera secondi fini!!!"

Visitate Pyongyang almeno una volta nella vostra vita,
ma fatelo presto perché poi non potrete più resistere senza tornarci spesso.


Diario di viaggio.

Il nostro viaggio inizia il 13 dicembre 2017, quando, durante un’assemblea del G.A.MA.DI., in presenza del Primo Segretario e funzionari dell’Ambasciata della RPD di Corea, nella nostra sede di Via di Casal Bruciato a Roma, Miriam esprime il desiderio di farci partire per la RPDC, dopo aver aderito ad una richiesta di fondare un Comitato italiano Kim Jong Il in occasione dell’anniversario della sua morte, il 17 dicembre. Ci dicono che una buona occasione potrebbe essere in Aprile per partecipare alla festa più importante del loro Paese, la Festa del Sole, che ricorre nell’anniversario della nascita (15 Aprile) del Grande Leader Kim Il Sung. Pagando soltanto le spese di viaggio, là saremmo stati gratuitamente loro ospiti per tutto il tempo dal 12 al 18 Aprile.

I nostri passaporti erano scaduti e per accellerare l’iter burocratico della nostra Questura devo fare un dichiarazione, su carta intestata del G.A.MA.DI. di essere direttore de La VOCE e Linda mia segretaria, e che abbiamo un invito per partecipare ad un importante evento internazionale, come in effetti fu, perché la nostra delegazione in rappresentanza dell’Italia, appunto come G.A.MA.DI. sapevamo che doveva essere accolta all’arrivo all’aereoporto di Pyongyang da un comitato scientifico sociale appositamente istituito per l’accoglienza delle delegazioni straniere (ACSC).

Si era concordato che la nostra interprete avrebbe parlato Spagnolo, lingua che non so parlare, ma almeno capisco abbastanza bene, mentre l’altra alternativa, il Francese, era stata scartata dal Primo Segretario... l’Italiano neanche a parlarne. Ormai tutti parlano solo Inglese. In sostanza con delegazioni provenienti dal Bangladesh, dal Pakistan, dal Nepal, dalla Russia, dalla Bulgaria, dalla Cecloslovacchia, dal Giappone e dalla Russia, oltre a noi dall’Italia, che partecipavano allo stesso nostro programma e con cui avremmo fatto amicizia con molta facilità per la simpatia che suscitiamo, per la nostre bellezze artistiche e naturalistiche, oltre che per il ricordo di un grande partito comunista, le lingue erano Inglese, Russo, Giapponese e Spagnolo.

Non eravamo mai stati così lontano da casa e quindi forse non avevamo mai preso aerei così grossi come quello dell’Air China, veramente un aereo magnifico, con tanto posto dal sedile davanti e 10 sedili per ogni riga divisi da due corsie di servizio.

Ci eravamo anche dimenticati dei chilometri da fare all’interno di aeroporti come quello di Francoforte, anche se coadiuvati da interminabili tappeti mobili. Non parliamo poi di quello di Pechino, dove per prendere la coincidenza per Pyongyang occorreva prendere due navette e fare veramente tanti chilometri.
La nostra partenza era per il giorno 11 da Bologna alle 11.30 (arrivo a Pechino alle 9:50 ora locale del giorno dopo e quindi con un fuso orario avanti di 6 ore) e faceva scalo a Francoforte, prima di prendere la coincidenza per Pyongyang, che parte solo da Pechino con Air China o con la compagnia coreana Air Koryo. A causa delle sanzioni in essere dall’Italia non si può neppure fare il biglietto aereo per Pyongyang e quindi ce l’ha fatto l’Ambasciata interpellando direttamente la loro compagnia aerea e neppure la rimessa in denaro poteva essere fatta dall’Italia: avremmo pagato direttamente al nostro arrivo.

Questo sciocco inconveniente di non poter fare un volo diretto da Bologna a Pyongyang ci ha causato non pochi guai all’aereoporto di Pechino, anche se avevamo l’attestato di una prenotazione aerea per Pyongyang, che però sembrava loro non riuscissero a vedere e il visto della RPDC. Quello che ci mancava era però un visto, anche provvisorio per la Cina, perché per prendere la coincidenza e anche semplicemente per prendere i nostri bagagli dovevamo uscire dall’aereoporto di Pechino e quindi entrare in città senza alcun tipo di visto cinese.

Credo che da soli, con un inglese molto stentato e con la supponenza di tutti gli addetti cinesi con i quali abbiamo cercato di far capire la nostra situazione, saremmo ancora in aereoporto, come in quel vecchio film.
Ci sono state due coincidenze che ci hanno tratto d’impaccio. Alla fine io avevo individuato non un semplice impiegato dell’aereporto, sembravano tutti essere un poco schifati dalle nostre richieste e con aria di sufficienza ci facevano girare da uno sportello all’altro, come succedeva in un vecchio film italiano del neorealismo che denunciava la burocrazia assurda nel nostro Paese negli anni sessanta, dicevo non un semplice impiegato ma un militare e contemporaneamente i responsabili di Air Koryo non vedendoci arrivare avevano chiamato l’ambasciata che mi chiamò proprio in quel frangente quando stavo cercando di far capire il nostro problema al militare (forse un finanziere). Così con la quadrangolazione tra me, il Primo Segretario dell’Ambasciata, il responsabile della compagnia aerea Koryo e il militare, ne siamo usciti. Devo dire che questo militare ha mostrato una pazienza e una gentilezza per nulla ascrivibili ai suoi conterranei addetti agli smistamenti in aereoporto. Ci ha accompagnati a fare il visto provvisorio spiegando la situazione ad un impiegato riluttante e ci ha forniti di una piantina con il percorso che dovevamo fare per andare a ritirare i bagagli dove ci aspettava il responsabile della compagnia aerea Air Koryo.

Questa più che degna persona, come avremo poi scoperto di tutti i Coreani con cui siamo venuti in contatto, deve averci visto talmente affranti che ci ha fatti salire in prima classe, nonostante ci abbia fatto pagare ancor meno di quanto ci era stato preventivato, e così abbiamo goduto del primo segno di gentilezza caratteristica di quel Paese, un asciugamano piegato bagnato caldo da passare sul viso e sulle mani, una raffinetezza veramente confortante, che noi, civiltà occidentali, non ci sappiamo neppure immaginare: meravigliosa terra di Corea già dal primo impatto.

Dall’aereo la terra cinese ci aveva fatto una brutta impressione, come di un enorme cimitero, catene montuose non tanto alte ma taglienti di terra nera, completamente brulle. Forse per la stagione? Forse terra lavica, devo ammettere la mia grande ignoranza in merito, mi documenterò.

Invece la terra coreana appariva sì, simile, ma con molta più vegetazione e ricchissima di corsi d’acqua: in quel Paese non sofrirranno mai di una carenza d’acqua. Alcuni specchi d’acqua erano coperti con fitte reti colorate, e lo stesso anche vedemmo di appezzamenti rettangolari di terreno evidentemente coltivati (la magior coltivazione è il mais): sapemmo poi che si trattava appunto per lo più di coltivazioni di mais e di riso e che venivano coperte per impedire agli uccelli di far man bassa dei preziosi semi. Nonostante Pyongyang sia relativamente vicino al mare vedemmo pochi uccelli, probabilmente gabbiani sulla città, mentre poi in un’escursione che facemmo a 200 chilometri da Pyogyang vedemmo anche uccelli più piccoli, piccoli rapaci e insetti, ragni, farfalle ecc.

Pyongyang è una città per le persone, di una pulizia che non abbiamo mai visto in nessuna parte del Mondo, e neppure a casa nostra. Già alla mattina alle 6, la loro sveglia abituale è a quest’ora (e solitamente vanno a letto più presto di noi) scendono incaricati condominiali a spazzare i marciapiedi intorno allo stabile di abitazione, più tardi poi verso le sette passano gli addetti alle pulizie stradali, distinguibili per le striscie forforescenti regolamentari per la sicurezza sulle strade.

Ma abbiamo fatto un salto in avanti, mentre dobbiamo tornare al nostro arrivo all’aeroporto di Pyongyang per raccontare dell’incontro con tutte le altre delegazioni, con gli incaricati interpreti della ACSC e con la nostra meravigliosa accompagnatrice Kim Chon, che spiegò significa Azzurra, come se fosse un’indiana pellerossa il suo nome era quindi Kim (forse il cognome più diffuso in RPDC ci disse), dicevo era la nostra Kim Azzurra, di 26 anni, bellissima veramente lo possono testimoniare le foto che vedrete e altrettanto dolce e gentile e delicata e professionale e umana e affettuosa: insomma davvero davvero una bella persona.

Non eravamo ancora abituati allo standard coreano, ma anche dopo, quando scoprimmo che queste qualità erano molto comuni fra i coreani, per noi non perse mai il suo fascino, perché la nostra Azzurra sembrava comunque avere una marcia in più, forse anche per l’età o perché ci sembrò che le fossimo subito molto simpatici e ne avemmo una dolorosa conferma quando riaccompagnandoci in aeroporto per la nostra ripartenza da Pyongyang le scivolarono grosse lacrime sulle guance, senza che potesse in alcun modo trattenerle.

Cercavo di cogliere ogni particolare che mi sembrasse significativo e quindi annotai che ci erano venuti a prendere due minibus, ma in uno salimmo solo noi, cioè voglio dire le persone e sull’altro gli addetti caricarono le nostre valigie. A me sembrò un atto molto significativo, ma poi mi fu spiegato che era solo perchè su un solo bus non ci stavano sia le persone che i bagagli. Ancor oggi però la cosa non mi convince del tutto. Insomma lo devo dire, ebbi come l’mpressione che persone e cose lì avessero un diverso destino. In effetti avrebbero pur potuto dividerci metà su un bus con i propri bagagli e metà sull’altro. Capisco che la colpa di questa mia impressione è solo mia, voglio dire indotta dalla mia cultura occidentale, per cui la proprietà, nonostante tutto, diventa tanto importante senza che ce ne rendiamo ben conto che separarcene senza alcun riscontro non lo facciamo a cuor leggero, vederle accumulare con decine di altre valigie di altre persone che non sappiamo ancora chi siano. La nostra diffidenza colpevole, mi ha fatto poi vergognare in un ragionamento fra me e me. Questa consapevolezza fu un importante insegnamento per me.

Vi ho già detto che Pyongyang è un sogno, beh, anche l’albergo Koryo (lo stesso nome della compagnia aerea) in cui ci ospitarono è davvero un sogno. Al nostro arrivo nella enorme Hall dove entrammo, c’erano dei lavori in corso: due militari sulle rispettive impalcature stavano sistemando addobbi floreali ai due lati dell’area circolare centrale. Fu la nostra prima constatazione che lì i militari svolgono veramente tutte le mansioni immaginabili possibili, accanto spesso a colleghi civili, ma vedere proprio dei militari allestire un addobbo floreale dovrete concordare che fece un’impressione meravigliosa, l’impressione di essere arrivati in Paradiso, e il resto del nostro soggiorno lo confermò.

Adesso io ho parlato di soggiorno, ma prego che non ve ne facciate un’idea errata, come abitualmente vi verrebbe da pensare all’idea di soggiorno: un tranquillo consumismo nel più completo relax. No, tutt’altro, fu per noi, già un po’ anzianotti, un vero tour de force, solo che non ce ne rendemmo conto, tanto eravamo presi da questa esperienza e ben accuditi sotto ogni aspetto, compreso quello alimentare. Tre pasti al giorno, ricchi di verdure, fatte in tutti i modi, ma quasi sempre senza olio, pesce di fiume, tazzone di caffé incredibilmente buono, frutta e riso cotto in diversi modi, ci davano allo stesso tempo l’impressione di non aver mangiato, ma mai abbiamo sentito durante il giorno alcuna necessità di cibo.

Il programma che vi elenco di seguito è quello che ci diede la nostra Chon (Azzurra) ed è stato rispettato in ogni sua parte anche se un paio di volte la levataccia fu alle 6 anziché normalmente alle 7 (alle 8:30 la colazione non si serviva più e daltronde noi eravamo già sui minibus per il nostro tour giornaliero).

Entreremo pertanto nel merito nelle pagine relative all’iniziativa rappresentata nei gruppi di foto e filmati elencati di seguito, cui seguiranno le ultime considerazioni e il triste ritorno a casa, ovvero all’inferno, dove abbiamo ritrovato la politica italiana in stallo, distante anni luce dalla serietà e chiarezza di pensiero coreano.

Invece la parte appresa al Corso Juche sarà messa nella pagina principale del menù, indicata appunto con LO STUDIO DELL’IDEA JUCHE.
















Cena offerta dall’organizzazione delle scienze sociali (ACSC) per le delegazioni
5 Foto e 3 Filmati
















Corso dell’idea Juche
9 Foto e 1 Filmato
















Festival del fiore Kim Il Sung
9 Foto e 5 Filmati

























Yankee
5 Foto

























Simboli
5 Foto

























Metro
9 Foto
















Palazzo dei Bambini
39 Foto e 13 Video
















Palazzo del Sole
12 Foto e 1 Video
















Viaggio
11 Foto
















Hotel
7 Foto
















Università Professori
26 Foto e 3 Video
















Università Kim Il Sung
11 Foto
















Monte Myohyang al Palazzo dell’amicizia
35 Foto e 5 Video
















Monumento all’idea Juche
14 Foto e 1 Video
















Museo della Rivoluzione coreana
7 Foto















Pubblicazioni dei Leaders
5 Foto
















Pyongyang
79 Foto
















Rappresentazioni al Festival della Primavera di Aprile
1 Foto e 4 Video


Foto di repertorio